
26 Mar Le qualit? materne
Ancor prima di apprendere il linguaggio, tutti gli esseri umani, compresi quelli di livello mentale pi? basso, hanno imparato certi modelli di rapporto con una madre o chi per essa li allevi. Questi primi modelli divengono le fondamenta, completamente sotterranee ma molto solide, sulle quali poi tante cose verranno a sovrapporsi.[1] Dalle caratteristiche del neonato e della madre nasce la complessit? di questo rapporto che pu? essere costituito da incontri e da scontri, da accordi o da disaccordi emotivi, gratificante o frustrante per luno e per laltro.[2]
Poich? tra il bambino e la madre ? presente inizialmente ununione simbiotica. Per ACKERMAN Le facolt? di stabilizzazione della madre, consone con le esigenze di crescita e del cambiamento, devono coprire i bisogni delle due persone che funzionano come una sola. Ogni deficienza o distorsione nelle facolt? omeostatiche della madre si riveleranno immediatamente sotto forma di cattivo funzionamento della complementarit? e dellinterscambio tra la madre e il figlio. Ne risulter? un indebolimento dello sviluppo omeostatico dellinfante.[3] Per tali motivi vi pu? essere, agli occhi e al cuore del bambino, una madre buona e una madre cattiva.
Caratteristiche della madre “buona”
Per un neonato una madre ? buona quando:
- · Sa leggere nel suo animo e nel suo volto i suoi bisogni, le sue necessit?, le sue speranze e i suoi desideri. Per WINNICOTT una buona madre sa quello di cui il bambino ha bisogno in quel determinato momento.[4]
- · Comprende e conosce tutto ci? che gli procura soddisfazione, gioia, serenit? e sicurezza ma anche tutto ci? che gli d? ansia, angoscia, paura, tensione, insicurezza. PerSULLIVAN la tensione dovuta a dei bisogni del bambino, induce tensione nella madre. Questa tensione viene vissuta come tenerezza e come impulso ad attivit? che portino sollievo ai bisogni del bambino.[5]
- · Rapidamente si adatta e impara a offrire elementi positivi per il suo animo, nel mentre riesce ad allontanare le cause che procurano emozioni negative. Questa capacit? di adattamento ? la cosa pi? importante per lo sviluppo emotivo del bambino e la madre si adatta alle sue necessit?, soprattutto allinizio, quando egli ? in grado di afferrare soltanto le situazioni pi? semplici.[6] Le capacit? di adattamento sono indispensabili, in quanto i bambini sono notevolmente diversi gli uni dagli altri mentre cambiano nel tempo i loro bisogni e le loro esigenze.
- · Sa rendere calda e accogliente la sua casa, mediante lamore. Sa illuminarla con il suo sorriso. Riesce a renderla viva e palpitante con la sua presenza.
- · ? capace di accogliere il figlio tra le sue braccia con naturalezza e spontaneit?, trovando facilmente per lui la posizione migliore per allattarlo e per farlo sentire a proprio agio: protetto e sicuro.
- · Con il suo sorriso e con le sue parole, sa offrire al cuore del neonato numerosi segnali di presenza, distensione, comunione e condivisione.
- · Riesce a proteggerlo da tutte le situazioni che potrebbero provocargli traumi o stress eccessivi, paura e ansia: i rumori forti e improvvisi, i bruschi urti e toccamenti, le eccessive variazioni di temperatura, i frequenti cambiamenti della routine quotidiana.
- · ? lieta quando il figlio dorme, ma ? altrettanto lieta quando ? sveglio e vuole mangiare, giocare, comunicare con lei.
- · Riesce senza sforzo a trarre soddisfazione, gratificazione e gioia dai suoi compiti di cura ed educazione.
- · ? felice quando il suo piccolo vuole stringere le sue mani, vuole toccare le sue braccia, il collo, i capelli ed il seno.
- · Non teme di essere svegliata nel cuore della notte per placare la fame, la sete, le sofferenze e i fastidi del suo piccolo.
- · Si attiva prontamente e con piacere a soddisfare non solo i suoi bisogni fisici ma anche quelli affettivi, come quando il piccolo, per allontanare le ansie e le paure, ha bisogno e desidera la sua presenza, cerca il suo contatto, aspetta le sue coccole, vuole inebriarsi del suo profumo.
- · Non va in crisi per i suoi strilli che sembrano irrefrenabili, in quanto ha fiducia in s? stessa, nelle sue capacit? di capire e rispondere adeguatamente ai bisogni del figlio, ma ha anche fiducia e stima nelle capacit? del bambino di superare, con il suo aiuto, i momenti di crisi e di sconforto.
- · Non giudica il figlio un piccolo diavoletto pronto a piangere a pi? non posso pur di mettere in difficolt? lei e gli altri che lo accudiscono. Non lo vede come un crudele tiranno che le impedisce di riposare o dormire quando e come desidera. Non lo sente come un monello capriccioso, mai contento e pago; n? come un piccolo essere insubordinato che vuole mangiare, dormire o rimanere sveglio fuori dagli orari canonici per i pasti, il sonno, la veglia.
- · Si diverte insieme a lui in molti momenti della giornata: quando bisogna cambiarlo e il suo pancino, le sue manine, sono l? pronti per essere baciati e accarezzati; o quando ? lora del bagnetto e il piccolo ? felice di far sprizzare lacqua della vaschetta tuttintorno alla stanza.
- · La madre buona gioisce, insieme al figlio, delle sue prime bravate, come quando finalmente riesce a togliersi le fastidiose scarpette di lana e pu? agitare i piedi nudi in aria o, ancor meglio, quando questi piedini li pu? golosamente leccare e succhiare!
- · Anche lei commette degli errori ma, dalle reazioni del figlio, impara presto in che cosa e dove e perch? ha sbagliato e si corregge rapidamente.
- · Coerentemente, cerca di mantenere nelle cure e negli orari una buona stabilit? e continuit? in modo tale da evitare gli eventi imprevisti, cos? odiosi per i bambini piccoli, in quanto fonte di allarme e insicurezza. Per BOWLBY, infatti, Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni et? sono pi? sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarne un maggior profitto, se possono fidare del fatto che al loro fianco ci siano delle persone fidate che verranno loro in aiuto in caso di difficolt?. La persona fidata, nota anche come figura di attaccamento, pu? essere considerata come quella che fornisce la sua compagnia assieme a una base sicura da cui operare.[7]
- · Non prova schifo per i regali liquidi e solidi maleodoranti che il suo bambino le elargisce nei momenti meno opportuni e non si arrabbia nel dover pulire il suo sederino mentre, pronta per uscire, ha appena indossato labito pi? elegante e ha messo il profumo pi? seducente, per fare e far fare bella figura a lui e a lei.
- · Non ha fretta. Non ha fretta quando deve cambiarlo. Non ha fretta quando lui si attacca al seno o al biberon, non ha fretta di farlo addormentare, non ha fretta quando deve pulirlo o fargli il bagnetto. Una buona mamma non ha mai fretta, insomma.
- · Non vede la TV quando lo allatta o con lei vuole giocare, perch? giudica spettacoli belli e interessanti il faccino del suo bambino quando, con i suoi splendidi sorrisi la guarda, quando, con le sue smorfiette e i suoi grandi sbadigli, vuole addormentarsi.
- · Non parla al telefonino quando lui mangia o vuole giocare con lei. Sa che se ? bello parlare con le amiche o con i propri genitori e parenti, ? ancora pi? bello parlare con il proprio bambino.
- · Non alza mai la voce, n? tanto meno grida. La madre buona parla dolcemente, non si arrabbia ma comprende e dimentica.
- · Non lo trascura o lascia continuamente suo figlio in mani estranee. N? tanto meno mette suo figlio in quei luoghi istituzionali chiamati nidi, ma che nulla hanno del vero nido familiare. Sa che per suo figlio la sicurezza e la serenit? sono il suo viso caldo e luminoso, la sua voce tranquillizzante, il suo corpo che odora di latte e di madre.
In definitiva una madre ? buona quando riesce a soddisfare i bisogni fisici e psicoaffettivi del proprio bambino. Per WINNICOTT le caratteristiche innate presenti nei bambini sono capaci di supplire, almeno in parte, alle deficienze materne, per cui non ? assolutamente necessario che una madre sia perfetta. Una madre sufficientemente buona, ? gi? adatta a dare al figlio quanto ? necessario per il suo sano sviluppo.
Caratteristiche della madre “cattiva”
Al contrario di quanto abbiano sopra detto, per un neonato una madre ? cattiva quando:
- · Si assenta eccessivamente senza tenere in giusta considerazione le ansie e le paure del figlio. Per questi, infatti, ? nefasta ogni separazione dalla madre,[8] in quanto la sua mancanza lo priva di fondamentali e stabili punti di riferimento. Sappiamo che queste ansie e paure spingono il bambino ad una situazione di sofferenza e caos per cui, in tali situazioni, tendono a prevalere le emozioni negative. Per BOWLBY[9] con lallontanamento della madre il bambino percorre tre fasi. Nella prima fase, che pu? durare molti giorni, il bambino protesta per lassenza della madre chiedendo di lei, piangendo copiosamente ed andando in collera anche per futili motivi. Nella seconda fase (fase della disperazione) il bambino, dato che le sue speranze di far tornare la madre non hanno esito positivo si calma ma si strugge dal desiderio che essa torni. Spesso queste due fasi si alternano. Nella terza fase (fase del distacco), il bambino sembra essersi dimenticato della madre. Appare disinteressato quando si parla di lei e quando lei ricompare a volte d? segni di non riconoscerla. In ognuna di queste fasi il bambino ? facilmente soggetto ad eccessi d’ira e ad episodi di comportamento distruttivo, spesso di tipo violento.[10] Quando la madre ritorna a casa, per un po rimane insensibile e non manifesta alcuna esigenza. Quando crolla si manifestano i suoi sentimenti ambivalenti. Da una parte vi ? un aggrapparsi alla madre, per cui quando questa lo lascia anche se per poco tempo, manifesta angoscia e collera intense, dallaltra manifesta verso di lei notevole ira ed aggressivit?, come a punirla per il suo comportamento. Se per? il distacco ? stato eccessivo vi ? il rischio che il bambino non si leghi pi? con la madre.[11] Se la cura del bambino ? affidata ad una persona con caratteristiche nettamente materne, la scomparsa della madre non viene avvertita prima dei tre mesi, in quanto egli non ? consapevole delle persone e degli oggetti come entit? distinte da lui, successivamente, ma soprattutto dopo i sette mesi, egli ne soffre moltissimo. Verso i quattro anni, quando il bambino ? in una fase egocentrica, pu? addirittura pensare che la madre sia scomparsa perch? lui ? stato cattivo.[12]
- · Modifica frequentemente le sue normali abitudini, senza tener conto che i bambini, come tutti i piccoli degli animali, sono esseri abitudinari. Essi avvertono tranquillit? e fiducia solo quando attorno a loro gli avvenimenti si svolgono sempre nel medesimo modo. I cambiamenti, specie se repentini e non adeguatamente preparati, li mettono in ansia e li caricano di paure che, agli occhi degli adulti, appaiono strane ed eccessive, mentre in realt? sono solo la logica conseguenza di comportamenti ed atteggiamenti non adeguati.
- · Compie frequentemente su di lui o fa compiere dagli altri (medici, terapisti, puericultrici ecc.), azioni sgradevoli o dolorose.
- · Vive il rapporto con il figlio con ansia e paura. Una madre ansiosa si allarma troppo spesso e inutilmente. Si allarma se qualche volta mangia poco, non mangia o mangia troppo. Si inquieta se allora consueta non fa, come dovrebbe, la sua brava cacchina o ne fa troppa. Ha paura che con il suo seno possa infettarlo e lava e striglia il capezzolo affinch? sia perfettamente pulito e sterile non tenendo conto del desiderio che ha il bambino di soddisfare la sua fame e la sua sete, ma anche di sentire il sapore e lodore vero del corpo di lei. Si angoscia per i motivi pi? banali: a volte teme che il viso del figlio sia troppo rosso, altre volte che sia troppo pallido. Alcune volte teme di vederlo troppo sonnolento, altre volte troppo sveglio per essere normale. La mente inquieta di una madre ansiosa non riesce a distinguere correttamente il confine tra normalit? e patologia, tra benessere e malattia, per cui coinvolge il bambino in visite, controlli, terapie e cure assolutamente inutili ma spesso controproducenti per il benessere psicologico suo e del neonato.
- · Avverte il figlio come un estraneo capriccioso e incontentabile, difficile da capire e soprattutto impossibile da soddisfare. Cosaltro devo fare per lui: lho allattato, lho pulito, lho cambiato e continua a strillare come un ossesso. Gli do il mio seno e sputa il capezzolo. Gli do il latte e strilla mentre sembra affogarsi. Pi? lo cullo e pi? si agita inquieto. No, questo non ? un bambino: ? un diavolo scatenato.
- · Al contrario di quanto abbiamo appena detto, pu? essere estremamente fredda e imperturbabile. Indifferente a tutto ci? che riguarda il figlio. Sorda ai suoi richiami, continua a leggere il libro che l’entusiasma. Insiste a vedere nella TV il programma preferito. Continua a chiacchierare con le amiche o con chiunque sia disposta ad ascoltarla. A questo tipo di madre importa poco che il figlio dorma o sia sveglio, sorrida o strilli, si agiti o ammiri tranquillo il mondo che lo circonda. Quando ? costretta a dargli da mangiare o da bere, quando deve cullarlo per farlo addormentare, lo fa di malavoglia, come un dovere da adempiere, per evitare di essere disturbata troppo dai suoi strilli o di essere incolpata dalla suocera o dal marito di disinteressarsi del bambino. Il suo momento pi? felice ? quando pu? depositare il figlio in mani altrui, non importa quali. Possono essere le mani del marito, quelle della madre o della suocera, quelle della baby – sitter o della tata. Limportante ? che qualcuno le tolga quel peso e quellincombenza cos? che possa ritornare alle sue occupazioni preferite.
- · ? rigida nelle cure e nella soddisfazione dei bisogni del neonato: Se il pediatra mi ha detto che devo allattarlo ogni quattro ore ? inutile che lui strilli: se non sono trascorse le quattro ore io il latte non glielo do. Il pediatra mi ha raccomandato di tenerlo ben coperto e quindi ? inutile che lui scalci infastidito dal caldo per cercare di togliersi le coperte che gli ho messo addosso, io continuer? a rimetterle.
- · Non ? capace di leggere i bisogni del figlio, n? riesce a comprendere gli oscuri misteri del pianto infantile, per cui non ? coerente nei suoi atteggiamenti. Spesso, quando il bambino piange, mette in pratica in maniera altalenante i consigli ricevuti, senza mai essere in grado di capire fino in fondo se ci? che sta facendo sia un bene oppure no, se i suoi comportamenti avranno degli effetti positivi o negativi.
- · Ha notevoli difficolt? ad apprendere dagli errori, per cui le indicazioni suggerite dagli atteggiamenti del figlio, ma anche quelle espresse dalle persone che la circondano o dai medici consultati, non modificano o modificano molto poco il suo errato comportamento.
- · Si chiede ogni giorno: Cosa ho fatto di male per essere nata donna e quindi dover accudire questo mostriciattolo chiamato bambino?
- · Vede la sua realizzazione in tutto ci? che fa o potrebbe fare, piuttosto che in tutto ci? che vive o potrebbe vivere. Pi? si adopera pi? si sente capace e forte. Quando non si occupa di qualcosa si sente depressa, triste, e spenta. Sente perduto irrimediabilmente il tempo trascorso ad occuparsi di cose che tutte le donne sono capaci di fare, proprio per la loro biologia femminile, come mettere al mondo un bambino, allattarlo, pulirlo, vezzeggiarlo. Queste azioni le giudica insulse oltre che noiose ed indegne di una vera donna.
Se dovessimo sintetizzare, potremmo allora dire che una madre ? cattiva quando non riesce, vuoi per i suoi limiti, vuoi per sue scelte, a soddisfare e vivere con gioia i bisogni fisici e psicoaffettivi del suo bambino. Pertanto la quantit?, la durata e lintensit? delle frustrazioni che gli fa subire sono eccessive.
Da quanto abbiamo detto si pu? concludere che lappagamento affettivo del neonato non si misura, quindi, solo dalle generiche manifestazioni di simpatia o dalle parole amorose pronunciate nei suoi confronti. La soddisfazione affettiva ? fatta di impegno nei confronti dei suoi bisogni fisici e psicologici, impegno continuativo e fattivo, espresso e attuato in un clima damore, gioia, serenit? ed equilibrio.[13]
Chi ? la madre?
Tutti gli studiosi sono concordi nellaffermare che per la crescita serena di un bambino il rapporto con la madre ? il pi? importante e fondamentale. Ma chi ? la madre nei primi giorni e nelle prime settimane di vita del nuovo essere umano? Come abbiamo detto, alla nascita il bambino non ha ancora la consapevolezza di qualcosa al di fuori di lui. Non ha ancora lo sviluppo del s?, n? ha il concetto di una persona diversa da unaltra. Quando questo qualcosa al di fuori di lui comincia a formarsi e a concretizzarsi ( la diade) tutto lambiente esterno assume il contorno di ci? che noi chiamiamo madre.
Pertanto la madre “buona” ? fatta dal suo seno caldo da cui sgorga il nutrimento ma anche lappagamento.
La madre “buona” ? il suo ventre morbido e accogliente, sono le sue braccia che laccolgono, cullano e confortano, quando langoscia lattanaglia.
La madre “buona” ? anche un ambiente pulito e luminoso nel quale non vi sono rumori eccessivi o improvvisi, n? tanto meno grida irritate o scoppi di collera.
La madre “buona” ? un pap? che sa cullarlo e proteggerlo e sa accarezzare il suo corpo con dolcezza, sa rendere la sua compagna della vita serena e sicura.
La madre “buona” ? una nonna o un nonno che dolcemente si relazionano con lui e, nel contempo, danno consigli e insegnano alla puerpera ma anche al nuovo padre, come soddisfare i bisogni del loro figlio, le sue necessita, i suoi desideri, ma anche come sopire i suoi timori e le sue inquietudini. Una madre buona ? un nonno o una nonna che si impegnano a far capire ai novelli genitori i significati del pianto che sembra sempre uguale in ogni circostanza ma che a poco a poco si differenzia e quindi uguale non ?.
Una madre “buona” ? anche la sensazione che ha il bambino quando tra i genitori vi ? reciproco rispetto, benevolenza e disponibilit? unita a una calda, serena, intesa. Intesa che egli avverte dalle braccia rilassate e serene che l’accolgono, dal tono della loro voce, dall’attenzione che essi hanno tra di loro.
Allo stesso modo abbiamo il dovere di estendere il concetto di madre “cattiva”.
Una madre “cattiva” pu? avere anche laspetto di una nursery dove i bambini sono accuditi in maniera asettica e formale da personale specializzato, ma incapace di relazionarsi in maniera calda e accogliente con i piccoli ospiti, mentre alle madri e ai bambini viene sottratto quel momento magico e prezioso nel quale la loro unione, la loro vicinanza e il loro contatto, avrebbe dovuto portare ad un dialogo proficuo, ad una forte intesa e ad uno stretto legame. Legame indispensabile sia alle mamme sia ai bambini per instaurare ed iniziare bene un comune, proficuo cammino.
Una madre “cattiva” pu? essere un ambiente ospedaliero o di riabilitazione poco attento ai bisogni psicologici dei piccoli. Per WINNICOTT in alcuni casi le offese sono attuate anche dai medici, dalle infermiere e dal personale che assiste il bambino nei giorni nei quali si trova in una struttura di ricovero. Questo personale, a volte, ? pi? preoccupato della pulizia, della gestione e dellorganizzazione della struttura, che non delle emozioni e sentimenti che si agitano e vivono nellanimo dei loro piccoli ospiti.[14]
Una madre “cattiva” pu? avere laspetto di un asilo nido dove il personale che si occupa dei bambini non ha le qualit?, le capacit? e lamore materno, ma soprattutto non garantisce al bambino quel dialogo, quella continuit?, stabilit? e comunione che lui va cercando.
Una madre “cattiva” pu? essere anche un padre che teme di distogliere attenzione e tempo alle sue mille occupazioni, trascurando cos? suoi compiti specifici di cura nei confronti del figlio.
Una madre “cattiva” pu? avere il volto di una nonna o di un nonno i quali, piuttosto che dare il proprio apporto e la propria vicinanza e assistenza ai genitori e al bambino, preferiscono impegnare il proprio tempo in altre occupazioni, privando il nipotino di quella molteplicit? di apporti che avrebbero potuto e dovuto arricchirlo e soddisfarlo.
Una madre “cattiva” pu? avere laspetto di due genitori o di una famiglia nella quale imperversa la conflittualit?, la freddezza, lo scontro e la lotta. Una famiglia nella quale gli atteggiamenti aggressivi, la violenza verbale e non, la diffidenza e lintransigenza sono frequenti e usuali.
Ci sembra giusto quindi ampliare cos? come hanno fatto molti studiosi prima di noi: Sullivan, Fromm, Horney, Erikson, Haley, il concetto di madre, allambiente che circonda il bambino, in quanto ? questo ambiente che, in molti casi, condiziona positivamente o negativamente il suo mondo interiore. Per LIDZ La famiglia, naturalmente, non ? il solo fattore che influenza levoluzione del fanciullo. Tutte le societ? dipendono da altre istituzioni che, al di fuori della famiglia, provvedono al suo processo di acculturazione, e tale esigenza aumenta nella misura in cui la societ? diventa pi? complessa.[15]
Per tali motivi, ogni volta che un bambino viene danneggiato, dobbiamo sentircene tutti responsabili, individualmente e collettivamente, senza scaricare le colpe solo sulle spalle della madre o del padre. Il bambino cosiddetto disturbato non ?, pertanto, soltanto il frutto di una madre o un padre con problemi ma ? anche la conseguenza di una societ? malata che direttamente e indirettamente agisce negativamente sui minori.
Dobbiamo, inoltre, necessariamente specificare, che a differenza di noi adulti, il bambino piccolo, non fa, almeno inizialmente, della madre buona o cattiva un problema etico o morale. Per il neonato i comportamenti di chi a cura di lui sono una questione vitale. Se una madre ? buona egli ha la possibilit? di sopravvivere e crescere bene; se non lo ?, vi ? il grave rischio che possa essere danneggiato notevolmente nel suo sviluppo fisico e/o psichico.
Bisogna, inoltre, aggiungere che la stessa persona che cura il neonato, lo stesso gruppo familiare, lo stesso ambiente, possono essere buoni o cattivi a seconda delle circostanze o in momenti diversi. Buoni quando il loro comportamento ? confacente ai bisogni e desideri del neonato, cattivi quando non lo ?. Poich?, come dice SULLIVAN, la madre buona ? simbolo di soddisfazione imminente, la madre cattiva ? simbolo di malessere e di angoscia.[16] ? naturale allora che il bambino instauri un maggior legame, intesa e disponibilit? con la madre buona, mentre reagisce nei confronti della madre cattiva con pi? irritabilit?, inquietudine, aggressivit?, scarso o modesto legame e dialogo se non con netta chiusura. Per questo motivo se avverte che al suo richiamo arriva la madre con caratteristiche positive di disponibilit?, affettuosit?, tenerezza, egli si quieta, ma se arriva la madre cattiva, in quanto ansiosa, tesa, irritabile, disattenta o con scarsa disponibilit?, egli continua a piangere e si accentua la sua inquietudine. Ci? innesca un circolo vizioso: pi? la madre trascura o non comprende le necessit? del bambino, pi? il bambino risponde con irrequietezza, pianto, rifiuto dellalimentazione, disturbi gastrointestinali, diminuzione delle difese immunitarie e quindi con pi? malattie. Tali malattie e disturbi, a sua volta, mettono in crisi la gi? scarsa pazienza di questi genitori e familiari, i quali risponderanno con maggiore ansia e nervosismo che si trasmetter? al bambino accentuando i sintomi di malessere.
Le varie tipologie materne.
Abbiamo parlato di madre buona e di madre cattiva. In realt? tra questi due estremi vi sono tutte quelle madri e tutti quegli ambienti familiari nei quali da una parte vi ? per il bambino il massimo della gratificazione, del benessere e della serenit?, mentre dal lato opposto vi ? per lui il massimo della sofferenza e dellansia. Pertanto, tra una madre che potremmo dire molto buona e una molto cattiva non vi ? una netta separazione ma un continuum di atteggiamenti e quindi di tipologie materne nelle quali linfante si ritrova a relazionarsi.
[1] SULLIVAN H. S. ( 1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore. P. 22.
[2] DE NEGRI M. e altri (1970), Neuropsichiatria infantile, Genova, Fratelli Bozzi editori, p. 127.
[3] N.W. ACKERMAN, Psicodinamica della vita familiare, Boringhieri, Torino, p.101.
[4] D. W. WINNICOTT, I bambini e le loro madri, Cortina Raffaello, Milano, 1987, p.93.
[5] SULLIVAN H. S. ( 1962), Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli Editore. P. 58.
[6] D. W. WINNICOTT, Il bambino e il mondo esterno, Giunti e Barbera, 1973, p. 143.
[7] J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 109.
[8] Cfr. P. A. OSTERRIETH, Introduzione alla psicologia del bambino, Firenze, Giunti e Barbera, 1965, p. 55.
[9] Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 51
[10] Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 52.
[11] Cfr. J. BOWLBY, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1982, p. 52.
[12] Wolff S. (1970), Paure e conflitti nellinfanzia, Armando Armando Editore, Roma, p. 8
[13] Cfr. M. DE NEGRI M. e altri (1970), Neuropsichiatria infantile, Genova, Fratelli Bozzi editori, p. 143.
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Tratto dal libro di Emidio Tribulato “Il bambino e l’ambiente”
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