
01 Apr Educazione e lavoro materno
La minore possibilit? di lasciare il lavoro quando e se la famiglia necessitava dellimpegno femminile ed inoltre, il notevole tempo trascorso allesterno della casa e della famiglia, hanno comportato delle conseguenze nettamente negative. Una madre che lavora o che ha numerosi impegni ha difficolt? a rispettare i bisogni, la fisiologia ed i ritmi della vita familiare.
Nel caso abbia un bambino piccolo, ? costretta a trascorrere con questi un tempo limitato anche in momenti in cui la sua presenza sarebbe stata preziosa o addirittura indispensabile. Non ? facile, infatti, contemperare le necessit? dellufficio, della fabbrica e dei lunghi estenuanti tragitti dalla casa al lavoro, in macchina, in bici, in treno, con i bisogni di un bambino che vorrebbe ancora dormire, o che desidererebbe svegliarsi dolcemente per comunicare alla propria mamma idee, necessit?, ma anche paure e perplessit?.
E difficile soddisfare le necessit? di un bambino che vorrebbe lentamente aprirsi al giorno mediante le coccole della madre; che vorrebbe, mentre si alza, si lava e si veste, avvertire le mani ed i baci di una persona tenera e rilassata avvolgere il suo viso ed il suo corpo; che amerebbe, con dolcezza e senza fretta, giocare con lei o sentire raccontata una favola mentre si prepara al nuovo giorno.
E facile pensare a quello che pu? provare un bambino, nellessere svegliato prima del tempo, trascinato via dal suo caldo lettino, vestito in fretta, spinto a mangiare rapidamente con mille rimproveri o con molte minacce e preghiere.
Non ? difficile immaginare la frustrazione di un bambino impossibilitato a dialogare con la madre nel momento delicato del risveglio, trascinato via dalla sua casa, dal suo ambiente, dai suoi balocchi.
Non ? difficile immaginare la sofferenza di un bambino legato sui sedili posteriori della macchina come un pacco; come un pacco sballottato nella corsa frenetica dellauto da una parte allaltra della citt?, verso una meta non voluta, non richiesta, non desiderata, rappresentata dallasilo nido e, nei migliori dei casi, dalla casa di nonni compiacenti, ma anche esausti a causa di responsabilit? ed impegni eccessivi.
Non ? difficile immaginare la sua tristezza e frustrazione nellinserirsi improvvisamente, appena sveglio, in un ambiente caotico come la citt? e quindi, subito dopo, in un luogo non rassicurante, intimo, caldo come la propria casa. Un luogo in cui non ritrova gli oggetti conosciuti e amati: la sua stanza, il proprio lettino, i suoi mobili, i fratellini, i giocattoli. Tutte cose ricche e cariche di conforto e sicurezza, al contrario dei luoghi, degli oggetti e delle persone con cui spesso ? costretto a relazionarsi: estranei e senza un vero e profondo rapporto damore, di confidenza e dintimit?.
Tutto ci?, purtroppo, diventa necessario, anzi indispensabile e deve essere accettato, o meglio sub?to, giorno dopo giorno, per anni.
Non dovrebbe essere difficile immaginare la frustrazione di un bambino al quale non ? possibile dare lascolto necessario, poich?, per dialogare non bisogna avere fretta, n? si pu? correre, con la mente agitata dai bisogni. Correre con lansia e la paura di essere rimproverati: dal capoufficio, dal datore di lavoro, dagli altri colleghi. Correre con la paura di essere licenziati se non si arriva a tempo o se si sottrae energia e spazio al lavoro; n? si pu? dialogare efficacemente con una madre che ritorna dal lavoro, gi? stanca, oppressa dalla fatica e dalla tensione. Non si pu? dialogare efficacemente con una madre snervata dai problemi, dalle difficolt? relazionali con i capi, con i colleghi di lavoro. Gi? nuovamente impegnata a pulire, a spolverare e cucinare per garantire ai figli e alla famiglia, il soddisfacimento delle necessit? indispensabili. Gi? pronta a correre per andare dai medici, fare la fila nelle farmacie o nei supermercati. Gi? in macchina per portare i figli alle varie attivit?: doposcuola, palestra, scout, parrocchia, ecc..
E una continua corsa contro il tempo, ma anche contro se stessi, contro la possibilit? di godere le gioie della maternit?, il piacere di un rapporto intimo con i figli, la gioia di un dialogo tenero con loro.
Si dice spesso: Non ? importante la quantit? del tempo che la madre trascorre con i figli, quanto la qualit? di questo tempo. Purtroppo, nel caso di un intenso impegno lavorativo esterno o dimpegni sociali pressanti, ne scade sia la quantit? sia la qualit?.
Per quanto riguarda questultima ? bene ricordarci che la quantit? denergia psichica che abbiamo non la possiamo aumentare a dismisura, n? creare dal nulla. Possiamo e dobbiamo invece utilizzarla nel miglior modo possibile facendo delle scelte; e se essa ? stata sottratta dal lavoro o dagli altri impegni ludici, sociali o politici, rimane ben poco per la relazione, per lascolto e lintesa con i nostri cari. Don Mazzi cos? descrive la situazione di molte famiglie: I bambini dei quartieri delle metropoli sono tutti orfani bianchi. Il pap? e la mamma escono il mattino, per recarsi al lavoro. Con lo stipendio solo, si dice, in citt? non si pu? sopravvivere. Trovano il panino e il cappuccino sul tavolo, il pranzo nel frigo, la brioche nello zainetto della scuola. Un bacetto quasi finto, mentre si stavano svegliando, ha indicato loro che era ora di alzarsi.
La qualit? dellapporto scade anche perch? gli impegni e le attivit? esterne, assorbendo e condizionando pensieri e riflessioni, portano ad un progressivo estraniamento rispetto ai temi riguardanti i bisogni e le necessit? di accudimento, dialogo e attenzione dei minori. Questi bisogni vengono vissuti non pi? in maniera istintiva ed empatica ma in modo freddo e razionale.
Quanto abbiamo detto mi fa pensare al caso di una bambina che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa. Questo caso potremmo chiamarlo della bambina miracolata.
IL CASO DELLA BAMBINA MIRACOLATA.
Un giorno venne allosservazione della nostra equipe medicopsicopedagogica una bambina di tre anni. Ben sviluppata dal punto di vista fisico rispetto alla sua et?, appariva nellaspetto una bella bambina sana e vivace. Era figlia di genitori di ottima estrazione sociale e culturale: il padre aveva due lauree e cos? la madre. Entrambi i genitori mi dissero subito di essere super impegnati nelle attivit? lavorative. Quando ancora io stesso non mi ero lasciato sedurre dal telefonino cellulare che ora tengo, per la disperazione di mia moglie e dei miei figli, ben conservato in un cassetto, la madre con orgoglio mi fece vedere di averne due: uno per le attivit? dufficio e uno per ricevere le chiamate di amici e familiari. Mi esposero il loro problema sintetizzandolo in poche parole: La bambina nonostante abbia pi? di tre anni ancora non parla.
Non vi erano, nelle notizie riguardanti la gravidanza e la nascita, segni che potessero far pensare ad una patologia cerebrale pre o post natale. La bambina sembrava sentire benissimo e anche i test per evidenziare il suo sviluppo intellettivo evidenziavano delle capacit? logiche e percettive nella norma. Tra laltro non sembrava una bambina abbandonata, la madre affermava che la bambina era sempre con lei per parecchie ore al giorno. Eppure non parlava. Imbarazzati in quanto non riuscivamo a fare uno straccio di diagnosi, io e gli altri membri dellequipe, ci guardavamo in faccia, sperando che qualcuno riuscisse a capire lorigine di questa strana patologia. Poi, come per unimprovvisa illuminazione divina, le feci una domanda che raramente faccio ai genitori: Ma voi avete insegnato a parlare a questa bambina? Sia il padre che la madre mi guardarono stupiti. Mi scusi ma perch? avremmo dovuto insegnarle a parlare? Noi sappiamo che i bambini normali verso i tre anni parlano, lei non lo fa e per questo che noi ci siamo preoccupati e siamo venuti da lei. Ripetei la domanda spiegando cosa significasse insegnare a parlare, la madre mi guard? quasi offesa e rispose stizzita : Dottore ma veramente lei pensa che con tutto il da fare che ho io avrei mai potuto fare quello che lei mi dice? Forse non ha capito, io ho due lavori che mi impegnano anche quando sono a casa. Ecco perch? porto due telefonini. La bambina sta sempre con me, anche quando vado dai clienti la porto nel sedile posteriore della macchina, ma certo non potevo mettermi a fare quelle cose che lei mi dice. Io e mio marito pensavamo che i bambini ad una certa et? parlassero e basta.
Capendo che non era proprio il caso di infierire cominciai a spiegare loro un programma che avrebbe dovuto aiutare la bambina ad acquisire il linguaggio. Si trattava soltanto di farle ripetere delle parole prendendo spunto da immagini semplici e colorate. Sapendo che entrambi i genitori avevano una cultura basata soprattutto sui numeri ed i calcoli, con pignoleria descrissi quante volte e per quanti minuti ogni giorno bisognava sottoporre la bambina a quel programma speciale.
Dopo un mese circa i genitori e la bambina ritornarono per un controllo. Chiesi come andavano le cose e la madre: Dottore ? un miracolo, adesso la bambina parla. Da allora quando vi sono casi simili dico scherzando ai miei collaboratori che si tratta di un altro caso che necessita di un intervento miracoloso!