
01 Apr I ruoli maschili e femminili
Secondo la definizione del sociologo Neil J. Smelser: Un ruolo consiste nelle aspettative che si creano riguardo al comportamento di una persona quando questa si trova in una certa posizione allinterno di un gruppo.
A volte siamo noi stessi che ci affidiamo un ruolo per trovare in esso piacere, gratificazione e realizzazione.
Altre volte, allinterno di un gruppo, il ruolo pu? esserci affidato, concordato o democraticamente scelto. In altri casi ? la societ?, in una visione ampia e complessiva delle necessit? del singolo e del gruppo che si aspetta da noi qualcosa.
Per tale motivo il ruolo di ognuno di noi pu? nascere dalla necessit? e dai bisogni del singolo, del gruppo o della societ?.
I RUOLI MASCHILI E FEMMINILI NELLA STORIA
Lideologia corrente nella societ? occidentale, che ha fatto propri gli assunti delle femministe, vorrebbe che i ruoli fossero nati da unappropriazione, da parte del maschio, di compiti importanti, liberi e gratificanti. Luomo, secondo la stessa tesi, avrebbe lasciato per la sua compagna – schiava, gli incarichi pi? subordinati, poveri, ripetitivi, scarsamente gratificanti.
Alluomo quindi la caccia, la pesca, le imprese guerresche, i commerci, le esplorazioni, la politica, i grandi piacevoli spazi offerti dallarte, dalla cultura e dal piacere.
Alla donna il dolore ed i rischi della procreazione, limpegno continuo e costante dellallevamento dei figli e per finire la schiavit? delle incombenze domestiche, sempre uguali, noiose, tediose, umilianti, allombra di un marito – padrone, mai sazio, mai contento, mai pago, mai gratificante.
Per cui, finalmente, nella seconda met? del novecento, in seguito ai movimenti di liberazione della donna portati avanti dal femminismo si ? avuto laffrancamento dalla schiavit? e dalloppressione maschile. Si ? conquistata, dopo gloriose battaglie, luguaglianza e la parit?, in tutti i campi: nel lavoro, dentro e fuori della casa, nei rapporti sessuali e affettivi, nella politica, nel costume e nella societ?. Finalmente, alle soglie del terzo millennio, il sesso ed il piacere, appannaggio solo delluomo entrano vivificanti nella vita quotidiana della donna. Finalmente la donna ? uguale alluomo, ha i suoi stessi diritti e compiti, sinserisce nelle stesse attivit? del sesso forte, simpegna in maniera egualitaria nella casa, sceglie se avere o no dei figli e quale ruolo esercitare nella loro educazione e poi lotta strenuamente contro gli ultimi maschilisti affinch? non una di queste conquiste sia messa in discussione.
IL LAVORO FEMMINILE
La realt? ad un esame appena pi? approfondito appare diversa, giacch?, ad esempio, la donna ha sempre lavorato.
Dire come spesso viene detto oggi e non solo in campo femminista, che la donna soltanto negli ultimi decenni ha iniziato a lavorare ? un errore grossolano.
Ella ha sempre lavorato: allinterno della famiglia, come madre, moglie, casalinga; allesterno per la comunit?, il clan, il villaggio, la citt? in cui viveva.
Il suo lavoro era per? diverso per quantit? e qualit? rispetto a quello attuale.
Il lavoro della donna ieri.
1. Il suo impegno lavorativo aveva pi? le caratteristiche di un lavoro autonomo che di unattivit? subordinata. Moglie o figlia di contadino, negoziante, allevatore, poteva dedicarsi al lavoro allesterno della casa e della famiglia quando voleva, se voleva e poteva, tenendo presente le proprie condizioni personali e familiari. Lo stesso avveniva per le attivit? effettuate in casa, come la camiciaia, la sarta, la vasaia. Poteva iniziarli e finirli a proprio piacimento in rapporto alle necessit? della procreazione e della cura degli abitanti della casa ai quali era dato un valore prioritario e privilegiato.
2. Le attivit? lavorative esterne alla propria famiglia erano spesso effettuate in regime di part time. I proventi non si sostituivano, ma si aggiungevano, quando cerano, a quelli del marito. Per tali motivi se voleva, se era necessario, poteva trascurare le varie attivit? esterne per dedicarsi allimpegno considerato principale e di base, che era quello affettivo, relazionale, educativo, dassistenza e cura allinterno della casa e della famiglia.
3. Erano diversi anche i luoghi del lavoro. Le attivit? lavorative, non prettamente domestiche, erano spesso effettuate nella stessa casa o nellambiente viciniore. Ci? sempre allo scopo di permettere una vicinanza continua e costante, anche fisica, con i figli, con la casa, con lambiente domestico.
4. Non era svolto con estranei ma con gli altri uomini o donne della famiglia o del vicinato.
Il lavoro della donna oggi.
Il lavoro in cui la donna oggi ? coinvolta ? diverso come abbiamo detto per quantit?, ma soprattutto ? diverso per qualit?.
1. Assorbe la donna per numerose ore al giorno.
2. E svolto lontano da casa.
3. Spesso ? un lavoro dipendente. Ci? significa che c? un datore di lavoro esterno alla famiglia, ai bisogni, ai problemi della donna. Un datore di lavoro per il quale le necessit? e gli impegni educativi e di cura hanno scarso interesse, giacch? sono preminenti il profitto e la gestione economica dellazienda.
4. Molti dei lavori in cui oggi la donna ? impegnata sono inoltre svolti in compagnia di persone estranee alla famiglia.
5. Dal punto di vista dellapporto economico il lavoro della moglie spesso ? di consistenza uguale se non superiore a quello del marito.
Conseguenze positive
Leconomia delle societ? occidentali ha avuto un grande apporto dal lavoro femminile. Sicuramente le industrie, soprattutto inizialmente quelle tessili e manifatturiere e le ditte disseminate in ogni parte del mondo, hanno utilizzato il prezioso apporto di manodopera a basso costo, per il loro sviluppo. Questapporto di manodopera femminile si ? tradotto in un maggior benessere economico, sia per le singole famiglie sia per la societ? nel suo insieme. Ci? ha allontanato sempre di pi? lo spettro della miseria, della fame e del bisogno. Inoltre, linserimento di qualit? squisitamente femminili in lavori in cui queste doti sono preziose, come la scuola e le altre attivit? educative, sociali e assistenziali ha comportato, almeno inizialmente, un modo diverso, pi? vicino ai bisogni affettivi, nella gestione di questi servizi.
Conseguenze negative nei confronti dei figli.
Nel caso di un intenso impegno lavorativo o dimpegni sociali pressanti, scade sia la quantit? sia la qualit? dellapporto materno.
La minore possibilit? di lasciare il lavoro quando e se la famiglia necessitava dellimpegno femminile ed inoltre, il notevole tempo trascorso allesterno della casa e della famiglia, hanno invece comportato delle conseguenze nettamente negative. Una madre che lavora o che ha numerosi impegni ha difficolt? a rispettare i bisogni, la fisiologia ed i ritmi della vita familiare.
Nel caso abbia un bambino piccolo, ? costretta a trascorrere con questi un tempo limitato anche in momenti in cui la sua presenza sarebbe stata preziosa o addirittura indispensabile. Non ? facile, infatti, contemperare le necessit? dellufficio, della fabbrica e dei lunghi estenuanti tragitti dalla casa al lavoro, in macchina, in bici, in treno, con i bisogni di un bambino che vorrebbe ancora dormire, o che desidererebbe svegliarsi dolcemente per comunicare alla propria mamma idee, necessit?, ma anche paure e perplessit?.
E difficile soddisfare le necessit? di un bambino che vorrebbe lentamente aprirsi al giorno mediante le coccole della madre; che vorrebbe, mentre si alza, si lava e si veste, avvertire le mani ed i baci di una persona tenera e rilassata avvolgere il suo viso ed il suo corpo; che amerebbe, con dolcezza e senza fretta, giocare con lei o sentire raccontata una favola mentre si prepara al nuovo giorno.
E facile pensare a quello che pu? provare un bambino, nellessere svegliato prima del tempo, trascinato via dal suo caldo lettino, vestito in fretta, spinto a mangiare rapidamente con mille rimproveri o con molte minacce e preghiere.
Non ? difficile immaginare la frustrazione di un bambino impossibilitato a dialogare con la madre nel momento delicato del risveglio, trascinato via dalla sua casa, dal suo ambiente, dai suoi balocchi.
Non ? difficile immaginare la sofferenza di un bambino legato sui sedili posteriori della macchina come un pacco; come un pacco sballottato nella corsa frenetica dellauto da una parte allaltra della citt?, verso una meta non voluta, non richiesta, non desiderata, rappresentata dallasilo nido e, nei migliori dei casi, dalla casa di nonni compiacenti, ma anche esausti a causa di responsabilit? ed impegni eccessivi.
Non ? difficile immaginare la sua tristezza e frustrazione nellinserirsi improvvisamente, appena sveglio, in un ambiente caotico come la citt? e quindi, subito dopo, in un luogo non rassicurante, intimo, caldo come la propria casa. Un luogo in cui non ritrova gli oggetti conosciuti e amati: la sua stanza, il proprio lettino, i suoi mobili, i fratellini, i giocattoli. Tutte cose ricche e cariche di conforto e sicurezza, al contrario dei luoghi, degli oggetti e delle persone con cui spesso ? costretto a relazionarsi: estranei e senza un vero e profondo rapporto damore, di confidenza e dintimit?.
Tutto ci?, purtroppo, diventa necessario, anzi indispensabile e deve essere accettato, o meglio sub?to, giorno dopo giorno, per anni.
Non dovrebbe essere difficile immaginare la frustrazione di un bambino al quale non ? possibile dare lascolto necessario, poich?, per dialogare non bisogna avere fretta, n? si pu? correre, con la mente agitata dai bisogni. Correre con lansia e la paura di essere rimproverati: dal capoufficio, dal datore di lavoro, dagli altri colleghi. Correre con la paura di essere licenziati se non si arriva a tempo o se si sottrae energia e spazio al lavoro; n? si pu? dialogare efficacemente con una madre che ritorna dal lavoro, gi? stanca, oppressa dalla fatica e dalla tensione. Non si pu? dialogare efficacemente con una madre snervata dai problemi, dalle difficolt? relazionali con i capi, con i colleghi di lavoro. Gi? nuovamente impegnata a pulire, a spolverare e cucinare per garantire ai figli e alla famiglia, il soddisfacimento delle necessit? indispensabili. Gi? pronta a correre per andare dai medici, fare la fila nelle farmacie o nei supermercati. Gi? in macchina per portare i figli alle varie attivit?: doposcuola, palestra, scout, parrocchia, ecc..
E una continua corsa contro il tempo, ma anche contro se stessi, contro la possibilit? di godere le gioie della maternit?, il piacere di un rapporto intimo con i figli, la gioia di un dialogo tenero con loro.
Si dice spesso: Non ? importante la quantit? del tempo che la madre trascorre con i figli, quanto la qualit? di questo tempo. Purtroppo, nel caso di un intenso impegno lavorativo esterno o dimpegni sociali pressanti, ne scade sia la quantit? sia la qualit?.
Per quanto riguarda questultima ? bene ricordarci che la quantit? denergia psichica che abbiamo non la possiamo aumentare a dismisura, n? creare dal nulla. Possiamo e dobbiamo invece utilizzarla nel miglior modo possibile facendo delle scelte; e se essa ? stata sottratta dal lavoro o dagli altri impegni ludici, sociali o politici, rimane ben poco per la relazione, per lascolto e lintesa con i nostri cari. Don Mazzi cos? descrive la situazione di molte famiglie: I bambini dei quartieri delle metropoli sono tutti orfani bianchi. Il pap? e la mamma escono il mattino, per recarsi al lavoro. Con lo stipendio solo, si dice, in citt? non si pu? sopravvivere. Trovano il panino e il cappuccino sul tavolo, il pranzo nel frigo, la brioche nello zainetto della scuola. Un bacetto quasi finto, mentre si stavano svegliando, ha indicato loro che era ora di alzarsi.
La qualit? dellapporto scade anche perch? gli impegni e le attivit? esterne, assorbendo e condizionando pensieri e riflessioni, portano ad un progressivo estraniamento rispetto ai temi riguardanti i bisogni e le necessit? di accudimento, dialogo e attenzione dei minori. Questi bisogni vengono vissuti non pi? in maniera istintiva ed empatica ma in modo freddo e razionale.
Quanto abbiamo detto mi fa pensare al caso di una bambina che abbiamo dovuto affrontare qualche anno fa. Questo caso potremmo chiamarlo della bambina miracolata.
IL CASO DELLA BAMBINA MIRACOLATA.
Un giorno venne allosservazione della nostra equipe medicopsicopedagogica una bambina di tre anni. Ben sviluppata dal punto di vista fisico rispetto alla sua et?, appariva nellaspetto una bella bambina sana e vivace. Era figlia di genitori di ottima estrazione sociale e culturale: il padre aveva due lauree e cos? la madre. Entrambi i genitori mi dissero subito di essere super impegnati nelle attivit? lavorative. Quando ancora io stesso non mi ero lasciato sedurre dal telefonino cellulare che ora tengo, per la disperazione di mia moglie e dei miei figli, ben conservato in un cassetto, la madre con orgoglio mi fece vedere di averne due: uno per le attivit? dufficio e uno per ricevere le chiamate di amici e familiari. Mi esposero il loro problema sintetizzandolo in poche parole: La bambina nonostante abbia pi? di tre anni ancora non parla.
Non vi erano, nelle notizie riguardanti la gravidanza e la nascita, segni che potessero far pensare ad una patologia cerebrale pre o post natale. La bambina sembrava sentire benissimo e anche i test per evidenziare il suo sviluppo intellettivo evidenziavano delle capacit? logiche e percettive nella norma. Tra laltro non sembrava una bambina abbandonata, la madre affermava che la bambina era sempre con lei per parecchie ore al giorno. Eppure non parlava. Imbarazzati in quanto non riuscivamo a fare uno straccio di diagnosi, io e gli altri membri dellequipe, ci guardavamo in faccia, sperando che qualcuno riuscisse a capire lorigine di questa strana patologia. Poi, come per unimprovvisa illuminazione divina, le feci una domanda che raramente faccio ai genitori: Ma voi avete insegnato a parlare a questa bambina? Sia il padre che la madre mi guardarono stupiti. Mi scusi ma perch? avremmo dovuto insegnarle a parlare? Noi sappiamo che i bambini normali verso i tre anni parlano, lei non lo fa e per questo che noi ci siamo preoccupati e siamo venuti da lei. Ripetei la domanda spiegando cosa significasse insegnare a parlare, la madre mi guard? quasi offesa e rispose stizzita : Dottore ma veramente lei pensa che con tutto il da fare che ho io avrei mai potuto fare quello che lei mi dice? Forse non ha capito, io ho due lavori che mi impegnano anche quando sono a casa. Ecco perch? porto due telefonini. La bambina sta sempre con me, anche quando vado dai clienti la porto nel sedile posteriore della macchina, ma certo non potevo mettermi a fare quelle cose che lei mi dice. Io e mio marito pensavamo che i bambini ad una certa et? parlassero e basta.
Capendo che non era proprio il caso di infierire cominciai a spiegare loro un programma che avrebbe dovuto aiutare la bambina ad acquisire il linguaggio. Si trattava soltanto di farle ripetere delle parole prendendo spunto da immagini semplici e colorate. Sapendo che entrambi i genitori avevano una cultura basata soprattutto sui numeri ed i calcoli, con pignoleria descrissi quante volte e per quanti minuti ogni giorno bisognava sottoporre la bambina a quel programma speciale.
Dopo un mese circa i genitori e la bambina ritornarono per un controllo. Chiesi come andavano le cose e la madre: Dottore ? un miracolo, adesso la bambina parla. Da allora quando vi sono casi simili dico scherzando ai miei collaboratori che si tratta di un altro caso che necessita di un intervento miracoloso!
Per fortuna le carenze educative di tipo culturale cos? grossolane e macroscopiche sono rare, sono invece pi? frequenti ed evidenti le carenze affettive.
E facile, infatti, che si vengano a scaricare sulla famiglia lo stress, le frustrazioni e le tensioni accumulate nel lavoro e nella vita sociale sotto forma di disagio affettivo e di sintomi nevrotici.
Nel vissuto da parte dei figli di questo tran – tran cos? poco fisiologico, raramente ? presente una chiara colpevolizzazione della madre. Le angosciose corse, il mancato o alterato ascolto, il rapporto con una persona sempre tesa e nervosa, la mancanza dintimit?, raramente vengono, almeno consciamente, a lei imputate.
E’ pi? facile che sia colpevolizzato il padre, sia perch? le sue assenze sono in genere pi? prolungate di quelle dellaltro genitore, sia perch? ? pi? difficile accusare una madre che, nellimmaginario collettivo, ? sempre quellessere buono, che si sacrifica per tutti e che sta vicina ai nostri bisogni pi? profondi.
Quando la responsabilit? non ? data n? alluno n? allaltro, ? facile che sia attribuita proprio a se stessi. E come se il bambino dicesse Io soffro, sto male, di chi sar? la colpa? Non dei miei genitori perch? i loro strattoni, la mancanza di dialogo, la difficolt? a trattarmi in maniera dolce, affettuosa, ad aver pazienza con me, non dipendono da loro perch? devono lavorare. Forse la colpa sar? mia, perch? non sono abbastanza rapido nello svegliarmi, nel vestirmi, nel lavarmi. Non sono attento, come dovrei essere, ai loro inviti e sollecitazioni. Non mi integro abbastanza facilmente con gli altri bambini, con le insegnanti, con i vicini. E colpa mia perch? piango quando non dovrei piangere; mi arrabbio con i miei genitori quando non dovrei; li accuso ingiustamente; soffro quando non dovrei soffrire; non accetto quello che dovrei accettare.
Poich? dal vissuto di colpa peggiora il rapporto con se stessi, i problemi psicologici del bambino non possono che aggravarsi.
Anche gli interrogativi che la donna si pone sono altrettanto angosciosi: E giusto o no quello che faccio? Mi comporto bene o male?
Continuamente trascinata e a volte travolta dal dubbio e dalla perplessit?, si chiede: Ne ho il diritto? E una cosa che devo fare? La mia famiglia ne ha veramente bisogno ?
La donna avverte il disagio dei figli ed il suo, insieme alla sgradevole sensazione di non sentirsi pienamente realizzata come donna e madre. In alcuni casi cerca di eliminare il problema, negandolo Non c? alcun problema, i miei figli stanno bene, la mia famiglia procede come tutte le altre, il mio lavoro non ha alcuna influenza negativa su di essa. Non faccio mancare loro nulla, tutto ? come dovrebbe essere.
Conseguenze negative nei confronti della relazione coniugale.
Abbiamo parlato dei cambiamenti nei riguardi dei figli. Esaminiamo adesso ci? che succede o potrebbe succedere nella vita relazionale e di coppia.
La disponibilit? economica uguale, se non superiore a quella del marito, se da una parte d? alla donna un senso di maggiore sicurezza, giacch? non la fa sentire dipendente economicamente dalluomo, modifica sostanzialmente il vissuto verso lapporto dato da questultimo alla famiglia e alla donna stessa. Il contributo economico del proprio uomo ? visto non pi? come fondamentale e necessario ma accessorio. Ci? contribuisce a far diminuire la stima nei confronti del marito, mentre daltra parte fa sentire la moglie pi? libera e autonoma, poich? si sente affrancata dalla dipendenza economica. Questo sentire pu? comportare una minore gratitudine e rispetto nei confronti del compagno con conseguente scarsa disponibilit? al compromesso.
La presenza nello stesso luogo di lavoro duomini e donne che condividono giorno dopo giorno per anni gli stessi ambienti, gli stessi interessi, lo stesso impegno, aumenta notevolmente la possibilit? di legami extra coniugali fatti a volte di semplice amicizia, altre volte di flirt innocenti mentre in molti casi si arriva ad un pieno coinvolgimento affettivo e sessuale e quindi si attua il tradimento vero e proprio.
Linserimento di un altro uomo o donna, in un rapporto coniugale, ? reso pi? facile anche perch? l altro o laltra ha molte pi? possibilit? seduttive rispetto al coniuge.
Ha lopportunit? dinserirsi in qualunque momento di crisi o di stanchezza sia personale che di coppia.
Non ? portatore di quellintenso stress che gli impegni della vita familiare comportano e che tende ad accumularsi con gli anni.
Poich? i rapporti e le mediazioni sono limitate a poche piacevoli ore damore e di sesso scelte, per altro, nei momenti in cui vi ? una maggiore serenit? e disponibilit? da parte di entrambi i partner, il condurre avanti una relazione extraconiugale ? sicuramente pi? facile e gratificante.
Ci? non toglie che questi legami tendano spesso ad indebolire o a mettere in crisi i legami familiari e di coppia.
Da parte soprattutto delluomo le attivit? femminili esterne alla famiglia, possono innestare facilmente uno stato di tensione e ansia, poich? sono avvertite come situazioni in cui il rischio di tradimento aumenta notevolmente. Ci? pu? comportare reazioni improntate a gelosia e aggressivit?.
Vi pu? essere inoltre tristezza e disappunto dovuti al fatto che la sua immagine duomo che provvede alla famiglia, viene ad essere sminuita e svilita.
La schiavit? femminile.
Quando si accusa luomo di aver schiavizzato la donna imponendole le fatiche del parto, delleducazione e delle cure della prole, lasciando per s? le attivit? pi? gratificanti, piacevoli, interessanti, si dimenticano o si sottovalutano molti elementi storici e biologici.
Si dimentica che la donna, sicuramente non per scelta delluomo, era, e lo ? ancora, lunica persona in grado di concepire un figlio, di portare avanti una gravidanza e di allattare al seno un neonato. Si dimentica che la donna ? anche la persona pi? idonea allallevamento e alla cura di un bambino piccolo.
Che cosa comportava la gravidanza, fino a pochi decennio fa?
Una gravidanza significava non solo impossibilit? di un lavoro pesante e rischioso, ma anche nove mesi di fragilit?, dattenzioni e cure nei confronti della futura madre ed una sua dipendenza pi? o meno completa da parte di altri.
Daltra parte allattare un bambino al seno e per lungo tempo, non era una scelta politica o ideologica, ma uninderogabile necessit? di vita, giacch? non solo mancava il latte artificiale ma i rischi di varie patologie infantili che portavano spesso alla morte, potevano essere contrastati solo con un allattamento al seno particolarmente prolungato che garantiva al cucciolo delluomo i necessari apporti nutrizionali ed immunologici.
Impegnata in questo compito essenziale, mirato alla sopravvivenza stessa della razza umana, non erano possibili per la madre n? gli impegni guerreschi, n? quelli riguardanti un lavoro pesante. Soprattutto non era accettabile un lavoro che la tenesse lontana dalle necessit? della prole. Sarebbe stato sicuramente poco igienico, infatti, andare con un bambino attaccato al seno, lancia in resta contro i nemici, le belve o in mezzo ai campi a lavorare!
Ricordiamo, inoltre, che le gravidanze dovevano essere necessariamente numerose a causa della diffusa mortalit? infantile, delle continue epidemie, guerre e lotte contro le belve e le avversit? della natura, che mietevano anzitempo numerose vittime nella specie umana. Si dimentica, infatti, che la razza umana ? stata per molti millenni al limite dellestinzione, giacch? luomo ? pi? fragile degli altri animali e ha, nello stesso tempo, bisogni pi? complessi.
Se sommiamo allora il tempo trascorso dalla donna in stato di gravidanza, quello utilizzato per lallattamento e la cura dei piccoli e consideriamo la breve vita media di allora, ci accorgiamo che, buona parte del tempo fecondo della donna, era strettamente e necessariamente legato alla procreazione, allallattamento e alla cura della prole, pena la scomparsa della specie.
Lipotesi che la donna sia stata per secoli schiava delluomo, appare ancora pi? inverosimile pensando che sarebbero state le stesse donne, per millenni, ad allevare e educare, con deformi e crudeli caratteristiche e principi, i loro futuri carcerieri!
Daltra parte, questa ipotesi ? ancora pi? incredibile giacch?, in ogni tempo, le caratteristiche psicologiche femminili, unite ai loro efficacissimi mezzi di persuasione, hanno sempre fatto ottenere alle donne con facilit? e con mezzi incruenti, quanto veramente voluto e desiderato; cosa che daltronde ? puntualmente avvenuta in ogni epoca storica e non solo nella nostra moderna societ? occidentale. La loro capacit? di difesa e le caratteristiche psicologiche rendono le donne esseri molto difficili da sottomettere anche per un tempo brevissimo, non parliamo poi di renderle schiave per secoli o millenni!
E luomo? Anche lui aveva un compito legato alle sue caratteristiche naturali che non poteva essere disatteso. Non essendo in grado di procreare, non poteva decidere della sua discendenza, che era invece legata alla volont? e capacit? della donna. Lei, e soltanto lei, poteva accogliere il suo seme, farlo germogliare e crescere. Lei e soltanto lei era in grado di allevare e curare i suoi figli, fino a farli diventare uomini e donne adulti. Uomini e donne capaci, a loro volta, di impegnarsi nelle attivit? sociali e nella costruzione di una nuova famiglia. Pertanto era indispensabile che luomo lavorasse, simpegnasse, lottasse per proteggere la donna giacch?, soltanto lei, poteva dare garanzie alla sua discendenza. Aiutarla, curarla, assisterla non era solo un segno di bont? o di personale disponibilit?, ma, ancora una volta, necessit? vitale.
Allontanarsi, a volte solo per ore, altre per giorni o mesi dalla propria famiglia e spesso ritornare invalidi o lasciare la propria vita lontano da casa, per occuparsi di commercio, di guerre, di trattati, o alla ricerca del cibo e di mezzi di sopravvivenza, non era una piacevole occupazione maschile, ma uninderogabile, faticosa e spesso rischiosa necessit? legata ai bisogni fondamentali della famiglia, del clan o della citt? e in definitiva della specie umana. Quindi mentre la donna aveva bisogno che qualcuno, luomo, la proteggesse, la difendesse, procurasse il cibo per lei, questultimo, a sua volta, aveva la necessit? di curare questa donna e i suoi figli che rappresentavano tra laltro, per il futuro, la pi? importante possibilit? dassistenza, aiuto e sostegno.
Questatteggiamento di protezione, difesa e aiuto delluomo verso la donna si manifestava in mille modi: basti ricordare il grido dei marinai mentre la nave affondava: Prima le donne ed i bambini! o le norme di galateo che imponevano alluomo di cedere il posto nei mezzi di trasporto o di dare la destra alla donna per poterla proteggere maggiormente. Questo atteggiamento cavalleresco ? ancora, a ben guardare, presente nella nostra societ?. Ancora oggi, se si dialoga con le ragazze, queste avvertono, nonostante decenni di femminismo imperante, come amici sinceri, leali e disponibili pi? gli uomini che le donne.
Certamente ci sono uomini aggressivi, violenti, e prepotenti nei confronti dellaltro sesso, come vi sono altrettanto donne con caratteristiche similari, anche se laggressivit?, le prepotenze, le violenze femminili si manifestano con mezzi meno evidenti ed eclatanti di quelli maschili.
Tale realt? ha spinto, sia gli uomini sia le donne, ad occuparsi delleducazione e della formazione dei figli, in modo tale da sviluppare, sottolineare ed evidenziare, tutte quelle caratteristiche utili ad una donna e ad un uomo maturi; ci? in sintonia con laltro elemento biologico e cio? la selezione naturale.
Questa privilegia gli individui portatori di caratteristiche utili per la sopravvivenza e la diffusione della specie, che quindi potranno procreare e moltiplicare la loro discendenza, mentre tende a penalizzare i soggetti portatori di caratteristiche genetiche poco efficienti e produttive. Per tale motivo, anche a livello genetico, oltre che educativo, si sono venute a selezionare nelle donne alcune caratteristiche che chiamiamo femminili e nelluomo caratteristiche maschili. Questi caratteri, ripetiamo, si evidenziano mediante il concorso delementi innati e delementi educativi ambientali. Gli uni e gli altri sono indispensabili per ottenere il risultato voluto in quanto, gli elementi genetici non potranno svilupparsi correttamente senza lapporto ambientale e daltra parte gli elementi ambientali non potranno modificare di molto, ma soprattutto non in maniera corretta e completa quelli congeniti.
Come il rapporto esistente tra un progetto e la sua esecuzione. Luno e laltro sono indipendenti, ma luno ha bisogno dellaltro. Per cui se vi ? concordanza il risultato sar? perfetto, se vi ? discordanza il risultato sar? monco e deficitario.