Il bambino e la scuola

Il bambino e la scuola

 

 

Poche istituzioni, come la scuola, sono servite a cambiare il corso dell’umanit?.

Alla scuola sono riconosciute quattro funzioni principali:

  1. una funzione culturale;

  2. una funzione educativa;

  3. una funzione socializzante;

  4. una funzione di preparazione all’inserimento lavorativo.

  1. 1.     Funzione culturale.

Mediante l’istituzione scolastica vi ? un luogo specifico nel quale sono rese possibili la ricerca, la scoperta, e la valorizzazione di ogni tipo di conoscenza proveniente dalle fonti pi? varie. Ed ? sempre mediante la scuola che ? possibile diffondere i contenuti culturali ad un numero vastissimo di esseri umani di ogni et?, sesso, luogo, razza, ceto sociale. In tal modo, mediante questa benemerita istituzione, si ? attuata l’alfabetizzazione di massa, ma anche la diffusione di una lingua comune per un gran numero di nuove generazioni e per intere popolazioni. Ci? ha consentito un maggior dialogo tra popoli diversi per cultura, lingua, usi e costumi. Con la frequenza della scuola ogni bambino e ogni giovane hanno la possibilit?, mediante i libri di testo, di incontrare e confrontarsi con le pi? diverse e varie esperienze e conoscenze provenienti da eccelsi studiosi, pensatori, poeti, scrittori, musicisti e matematici di ogni parte del mondo, di ogni lingua e di ogni cultura.

 

  1. 2.     Funzione educativa.

Accanto a questa funzione non ? da sottovalutare la dimensione educativa. Nella scuola ? data la possibilit? ai minori di incontrare giornalmente, al di fuori dell’ambiente familiare, altri adulti capaci di ascolto, dialogo, accoglienza, attenzione e cure. L’insegnante ? l’adulto con il quale il bambino pu? scambiare le idee e i concetti che in lui, gradualmente, vengono a maturarsi. Per molti minori alcuni insegnanti particolarmente vicini e capaci di dialogo, sono anche dei modelli ideali da introiettare insieme alle figure genitoriali o in loro sostituzione, quando queste ultime appaiono scialbe, assenti o abbiano instaurato, con il minore, dei rapporti scarsi, conflittuali, difficili o penosi.

 

 

 

  1. 3.     Funzione socializzante.

Quando il suo centro di interessi si sposta progressivamente dall’ambiente familiare al gruppo dei coetanei, la scuola permette al bambino di vivere alcune ore della giornata in un ambiente diverso rispetto a quello familiare, ma sufficientemente protetto e ricco di stimoli alla socializzazione. Nella scuola, infatti, ai minori ? data la possibilit? di un gran numero di incontri con altri coetanei con i quali possono essere scambiati pensieri, opinioni e con i quali ? possibile instaurare rapporti di conoscenza o di profonda amicizia. Anche il gruppo scolastico, infatti, pu? rappresentare uno strumento educativo e pedagogico di primaria importanza, cos? come il gruppo spontaneo nel quale il bambino si inserisce nell’ambito del suo quartiere se, da parte della scuola, l’amicizia ed il legame profondo e stabile tra gli allievi sono valorizzati e non sviliti o temuti. Questa potenzialit? socializzante, infatti, viene spesso sprecata o compromessa nel momento in cui gli insegnanti, pur di avere sempre dei bambini attenti e collaborativi, ‹‹che non chiacchierino tra di loro››, tendono a disgregare i gruppi che spontaneamente si formano piuttosto che favorirli. Altre volte vi ? quasi la paura che si instaurino dei forti legami di amicizia e di dialogo intenso tra due o pi? alunni, in quanto si preferirebbe raggiungere l’ambizioso, ma spesso impossibile obiettivo, che tutti siano amici di tutti. Per ottenere questo scopo si attua una continua rotazione tra i compagni di banco che impedisce o limita molto la possibilit? di instaurare delle vere e profonde amicizie, mentre stimola soltanto l’abitudine a rapporti superficiali saltuari e banali. Rapporti questi che incidono pochissimo sulla maturazione dell’allievo.

  1. 4.     Funzione di preparazione all’inserimento lavorativo.

Mediante la scuola ? possibile diffondere delle conoscenze ed esperienze di tipo professionale utili, se non indispensabili, per un futuro impiego lavorativo.

 

 

Possibili effetti negativi della scuola

Dopo aver brevemente accennato ai ben?fici apporti della scuola, non possiamo per? non descrivere anche le conseguenze negative sulla vita affettiva dei minori che si determinano quando questa utilissima istituzione manca dei requisiti indispensabili o non ? utilizzata e gestita in maniera corretta.

 

Possibili conseguenze negative nell’ambito scolastico si possono avere:

  1. Quando il reclutamento e la selezione del personale docente non avviene in maniera ottimale.

  2. Quando gli insegnanti sono sottoposti a stress eccessivo.

  3. Quando il servizio scolastico ? utilizzato in maniera abnorme.

  4. Quando l’inserimento scolastico avviene in modo precoce o poco adeguato.

  5. Quando il tempo trascorso nelle aule scolastiche ? notevole.

  6. Quando non sono rispettati i fisiologici ritmi di impegno, svago e riposo.

  7. Ogni qualvolta viene sottovalutato l’obiettivo dello sviluppo di una corretta identit? e ruolo di genere.

  8. Quando la scuola e le attivit? didattiche si inseriscono in modo invadente e prioritario nella vita dei minori.

  9. Quando il gruppo classe deve affrontare problemi pi? gravi e pesanti rispetto alle sue possibilit?.

  10. Quando ? presente un’ eccessiva competizione.

  11. Quando la scuola non riesce ad attuare un rapporto ed un insegnamento individualizzato.

     

 

  1. 1.     Quando il reclutamento e la selezione del personale docente non avviene in maniera ottimale.

I requisiti di una scuola dovrebbero riguardare non solo gli spazi sufficientemente ampi e luminosi, l’arredamento funzionale, gli adeguati strumenti didattici a disposizione dei docenti e degli allievi ma, soprattutto, tali requisiti dovrebbero concernere le caratteristiche del personale docente e non docente. Gli insegnanti dovrebbero possedere delle peculiarit? molto vicine a quelle richieste a un buon genitore. Pertanto dovrebbero essere accuratamente selezionati, cos? da mettere accanto ai bambini solo adulti che possiedano buone doti di maturit?, stabilit? emotiva, gentilezza, pazienza, comprensione, buon umore e capacit? di affetto nei confronti degli allievi. I minori si aspettano, inoltre, che gli insegnanti abbiano anche una buona preparazione psicologica, indispensabile nell’azione educativa tesa a prevenire ed eliminare determinati disturbi degli alunni ma anche fondamentale nella normale attivit? d’insegnamento.[1] Per BASSI ‹‹L’attitudine dell’insegnante non incide quindi solo sul profitto scolastico del fanciullo, sulla sua disciplina in classe, ma anche sulla formazione dei modi di comportamento individuali e sociali, quindi sullo sviluppo della sua personalit?››.[2] Insegnanti con queste caratteristiche hanno la capacit? di influire positivamente sull’animo degli alunni, in quanto riescono a contemperare in modo armonico il dialogo e l’accoglienza, il rispetto e la tolleranza, l’ordine e la disciplina. Molte paure e rifiuti della scuola e delle attivit? didattiche sono legate all’atmosfera che si respira nelle aule. E’ nociva per il bambino un’atmosfera pervasa da ansia, timore, disadattamento emotivo, giudizi aspri e severi, eccessiva presenza di limiti, norme, punizioni e limitazioni che rendono invivibile la sua vita tra i banchi di scuola. Altrettanto nociva per? ? una scuola inquinata da un eccessivo permissivismo che crea, nell’ambito della classe, disordine, aggressivit? incontrollata, scarso rispetto l’uno dell’altro. Clima questo che annulla ogni possibilit? di apprendimento e rende caotiche le ore trascorse in classe.

 

Quando, come avviene oggi, la selezione ? fatta, nel migliore dei casi, solo sulle qualit? culturali, oltre che sull’anzianit?, si rischia di mettere a contatto con dei minori, ancora immaturi e psicologicamente fragili, delle persone che, con i loro atteggiamenti e comportamenti poco congrui sul piano relazionale ed educativo, non solo non riusciranno a dare adeguati apporti formativi, ma vi ? il rischio concreto che possano danneggiare, in modo pi? o meno grave, la personalit? in formazione dei minori. Gli insegnanti, infatti, nel rapporto educativo, sono in grado di trasmettere ai discenti sentimenti di gioia, coraggio, serenit?, fiducia in se stessi, determinazione, piacere nella relazione, nella vita e nel mondo, oppure, al contrario, ansia, inquietudine, tristezza, malinconia, pessimismo, freddezza, instabilit? e insicurezza, non solo in base alla loro volont? di scelta, ma in relazione alle caratteristiche di personalit?.

  1. 2.     Quando il personale docente ? sottoposto a stress eccessivo.

Gli insegnanti, come tutti i lavoratori, possono essere sottoposti a situazioni di stress eccessivi difficilmente gestibili. Data la delicatezza, la complessit? e il costante impegno psicologico necessari nell’attivit? didattica, queste situazioni possono modificare in peggio l’equilibrio interiore dei docenti, con conseguenze sul piano personale, sull’attivit? didattica ma, soprattutto, sul rapporto insegnanti – allievi. Le cause dello stress possono essere consequenziali alla difficile gestione di un numero sproporzionato di alunni o alla presenza in classe di troppi minori che presentano comportamenti disturbanti, chiare disabilit? intellettive o psichiche. Causa di stress possono essere anche i delicati rapporti con i genitori degli alunni, rapporti che, in questi ultimi decenni, sono notevolmente peggiorati, come sono peggiorati i rapporti con i dirigenti scolastici. Questi ultimi si sentono stretti tra due fuochi: da una parte avvertono la necessit? della disciplina e dello svolgimento ottimale delle attivit? didattiche, dall’altra percepiscono le continue minacce da parte dei genitori, spalleggiati dalla magistratura e dalla stampa, per ogni intervento che possa essere interpretato come repressivo o autoritario.

Come conseguenza di questa continua tensione, negli insegnanti vi ? un aumento dell’ansia, degli stadi depressivi, della cefalea, dei disturbi psicosomatici, mentre vi ? un peggioramento nelle capacit? di ascolto, nella comprensione e nel dialogo. Tutto ci? non pu? non ricadere sugli stessi allievi i quali si ritrovano a rapportarsi, giorno dopo giorno, con insegnanti stanchi, depressi, demotivati, irritabili e poco disponibili.

  1. 3.     Quando questo servizio viene utilizzato in maniera abnorme.

Per quanto riguarda l’utilizzazione, sempre pi? spesso, negli ultimi decenni, a questo servizio sono stati affidati compiti che non sono di sua competenza e spesso si sono confusi gli specifici ruoli educativi e formativi. Ad esempio, non dovrebbe essere compito della scuola intrattenere i minori mentre i genitori sono impegnati nel lavoro o in altre occupazioni, cos? come non ? compito della scuola offrire ai minori quelle primarie relazioni affettive ed educative che sono di specifica prerogativa del padre e della madre. Insomma non ? compito della scuola sostituirsi alla famiglia o a genitori poco presenti, distratti o incapaci di relazionarsi adeguatamente con i loro figli.

Quando ci? succede, quando la scuola si propone di dare alla societ? e ai genitori dei servizi che non ? in grado di svolgere, tradisce i suoi scopi, sia perch? distrae le sue attenzioni e la sue energie dai compiti istituzionali, sia perch? offre promesse che non pu? mantenere, in quanto non ha le caratteristiche, n? le competenze di un genitore o di una normale famiglia. La relazione che si stabilisce tra insegnanti e alunni non pu?, infatti, avere quelle qualit? specifiche e quei vincoli affettivi stabili e di particolare responsabilit?, che dovrebbero essere presenti nella relazione con dei genitori e familiari. Questo non significa che gli insegnanti non debbano attivarsi quando notano delle lacune educative da parte dei genitori o delle famiglie dei propria allievi ma, nel confronto con le famiglie e con la societ? nel suo complesso, deve essere chiaro che questo impegno ? solo di parziale, momentaneo supporto e mai ha o pu? avere una stabile e continua funzione vicariante.

  1. 4.     Quando l’inserimento scolastico avviene in modo precoce o poco adeguato.

 

 

L’inserimento precoce pu? riguardare la scuola dell’infanzia ma anche la scuola primaria e secondaria. Allo stesso modo l’inserimento precoce pu? riguardare i bambini normali e quelli disabili.

L’inserimento precoce nella scuola materna.

Una delle condizioni dalla quale pu? derivare una notevole sofferenza ai minori, ? data dal precoce o non adeguato inserimento scolastico. Per molti genitori, e purtroppo per altrettanti docenti, vi ? la errata e diffusa idea di affidare bambini ancora psicologicamente piccoli o immaturi alla funzione socializzante degli insegnanti e dei compagni di classe. Sia i genitori sia i docenti sottovalutano una componente fondamentale della realt? dei minori che riguarda la maturit? affettivo – relazionale. L’integrazione nell’ambito scolastico richiede, come prerequisito, che il minore abbia superato, in assenza della figura materna o di altro familiare che faccia da supporto, il timore nei confronti di un ambiente sconosciuto e di persone estranee. Il superamento di queste paure non pu? avvenire nelle aule della scuola, n? pu? essere affidato in maniera prioritaria agli insegnanti, ma pu? e deve avvenire soltanto a livello familiare. Per BASSI, infatti, ‹‹Senza questa azione socializzante della famiglia lo sviluppo della personalit? infantile non sarebbe possibile e, di conseguenza, sarebbe impossibile anche l’esperienza del gruppo che ? la nuova entit? sociale che si sostituisce, non senza conflitti, alla famiglia, per operare una ulteriore socializzazione del fanciullo. ?, infatti, sperimentalmente dimostrato che il fanciullo normale che ? bene adattato nella famiglia lo diventa anche nel gruppo. Il bambino che non riesce ad integrarsi nel gruppo dei coetanei, che non si adatta ad andare alla scuola materna, di solito ? un bambino “difficile” anche in famiglia.[3]

Pertanto, la socializzazione all’esterno del nido familiare non ? avviata in modo corretto ogni qualvolta si forzano precocemente i bisogni di sicurezza del bambino. Bisogni che sono soddisfatti solo dalla presenza e dalla protezione delle figure familiari e dell’ambiente della sua casa.

Quando si attuano queste forzature, non solo non si ottiene quanto desiderato ma, poich? viene ad essere pi? o meno gravemente turbato il mondo interiore del bambino, possono manifestarsi tutta una serie di sintomi come la paura della scuola, l’ansia, le somatizzazioni, la tristezza, la chiusura. Sintomi questi che rendono evidente la sofferenza ed il disagio del minore.

 

In realt? la socializzazione avviene per fasi, le quali sono strettamente legate alla natura degli esseri umani. Queste fasi, ? bene sottolinearlo, non possono essere modificate o anticipate.

Vi ? l’et? delle braccia e del seno materno, quando il bambino si sente sicuro, sereno e protetto soltanto quando si trova immerso in un costante intimo contatto con il corpo della madre. A questa fase segue l’et? della disponibilit? materna, quando il bambino prova sensazioni rassicuranti e calde anche se la madre o chi ha cura di lui con caratteristiche nettamente materne, si allontana all’interno della casa, ma rimane disponibile e pronta al suo richiamo. Vi ? poi l’et? del nido, quando il bambino accetta nel suo spazio psicologico con serenit?, gioia e fiducia il pap?, ma anche gli altri familiari (nonni e zie), che ben conosce e che sono molto vicini al suo cuore.

Vi ?, infine, verso i tre – quattro anni, l’et? dell’apertura all’estraneo. In questa fase accetter? fisiologicamente, senza traumi, l’inserimento in un ambiente, come la scuola materna, dove si ritrova con bambini con cui non c’? fratellanza e parentela e con adulti nei confronti dei quali non si ? stabilito un rapporto affettivo solido e individuale. La maestra infatti, anzi spesso le maestre, ognuna con la propria personalit?, anche se hanno un atteggiamento materno, sono a disposizione di tutto il gruppo classe e non possono essere vicini in modo esclusivo ad un singolo allievo. Nella scuola materna come dice RUSSO: ‹‹Il bambino si trova nelle condizioni di dover affrontare diverse difficolt?: la presenza stimolante e limitante dei coetanei, il nuovo ambiente, il modello di funzionamento sociale, l’accettazione della pluralit? e variabilit? delle educatrici, la rinuncia parziale alle abitudini consolidate, l’assenza dell’affettivit? e della tutela delle figure familiari››.[4] Si ritrova, inoltre, a confrontarsi con usi e costumi diversi da quelli familiari ai quali era abituato e con modelli a volte conflittuali, con la conseguenza di determinare nel bambino confusione riguardo al modello da seguire o da rifiutare.[5]

 Non vi ? dubbio che solo a questa et? e in questa fase, la scuola materna sia utile, in quanto permette al bambino di aprirsi a persone insegnanti e altri bambini non legati a lui da vincoli familiari ed affettivi, che lo stimolano a mettere in gioco le sue capacit? di instaurare rapporti nuovi e diversi.

La scuola materna ?, quindi, utile quando:

  • ·        questa esperienza non avviene precocemente;
  • ·        ? stato predisposto un inserimento graduale;
  • ·        sono presenti delle buone maestre, capaci di accoglienza;
  • ·     i genitori sono pronti a lasciare questa scuola se notano segnali evidenti di sofferenza nel loro figlio come pu? essere il pianto, la tristezza, la difficolt? ad allontanarsi dalle braccia materne o sintomi somatici come la cefalea, la diarrea, i dolori addominali.

 

Le varie fasi che abbiamo indicato hanno, per?, soltanto un valore indicativo. Non sempre lo sviluppo psicoaffettivo corrisponde all’et? cronologica. Pertanto un bambino pu? raggiungere pi? precocemente o pi? tardivamente una delle fasi che abbiamo descritto, in base alle caratteristiche del suo sviluppo psicologico che pu? essere pi? o meno ritardato o accelerato. La possibilit? di vivere serenamente il rapporto con persone estranee al suo ambiente familiare, ? tanto pi? facile quanto pi? serena e soddisfacente ? stata vissuta la sua prima infanzia con la madre, il padre e con le figure parentali pi? vicine a lui. Pertanto ? la bont? di questo rapporto, ? la serenit? dell’ambiente di vita nel quale ? vissuto il bambino, che gli render? possibile aprire il proprio animo, il proprio interesse e la propria attenzione costruttiva anche agli estranei. Al contrario, pi? il bambino ? stato trascurato, pi? il bambino ha subito una relazione non sufficientemente ricca e gratificante, pi? difficolt? avr? a conquistare dei livelli superiori di autonomia, in quanto nel suo animo albergheranno ancora paure e timori, ogni qualvolta dovr? o sar? costretto ad allontanarsi dalla sua casa, dai suoi genitori o addirittura dalla presenza fisica della madre.

Per attuare una scelta consapevole non basta quindi tener conto solo dell’et? anagrafica e mentale del bambino, ma bisogna porre attenzione a quegli indicatori che, se letti correttamente senza l’influenza dei nostri desideri o bisogni personali, familiari o lavorativi, esplicitano la maggiore o minore maturit? del bambino, rispetto alla possibilit? o meno di inserirlo nella scuola materna.

 

I segnali che ci indicano la maturit? affettiva e relazionale e, quindi, ci danno un’utile indicazione su un possibile positivo inserimento nella scuola dell’infanzia, sono fondamentalmente tre:

  • ·         un atteggiamento sereno, gioioso e fiducioso del bambino nei rapporti con se stesso e con gli altri (genitori, nonni, cugini e compagni);
  • ·         una sufficiente e ampia conquista sia dello spazio fisico che psicologico attorno a lui. Ci accorgiamo di ci? quando notiamo che il bambino non ha paura del buio, non teme di lasciare la mano della mamma o del pap? per spostarsi da una stanza all’altra della casa. Riesce, inoltre, a restare per qualche ora, senza particolari problemi, non solo nella casa dei nonni e degli zii ma accetta, anche se con qualche titubanza, di rimanere affidato alle cure della mamma di qualche compagno che ben conosce e con il quale si ? particolarmente legato. Inoltre un bambino ? maturo per la scuola materna quando preferisce restare nel suo lettino piuttosto che dormire nel letto dei genitori;
  • ·         la conquista ed il superamento del rapporto esclusivo con alcuni oggetti con i quali era particolarmente legato: ad esempio la sua tazza, il suo orsacchiotto, il suo vasetto. Mentre prima non poteva fare a meno di questi oggetti e li cercava quasi ossessivamente, ora accetta con piacere anche quelli che gli vengono proposti in sostituzione dei suoi.

Le cause dell’inserimento precoce nella scuola dell’infanzia.

Nonostante vi siano molti motivi per ritenere che l’inserimento precoce nella scuola possa essere nocivo per il bambino, tanto da peggiorare il suo benessere psicologico, alcuni fattori tendono a provocare nei genitori questa errata decisione.

Il primo di questi fattori riguarda l’et? cronologica: ‹‹Se mio figlio ha l’et? per essere accettato nella scuola dell’infanzia deve essere inserito in questa scuola. Per cui se dimostra difficolt? o netto rifiuto durante questo inserimento le possibili cause riguarderanno sicuramente o delle lacune negli insegnanti di classe o un comportamento capriccioso del bambino››. 

 

Determinante ? anche l’influenza ambientale: ‹‹Se il figlio della mia migliore amica o della cugina che abita di fronte, ha iniziato la sua carriera scolastica a due – tre anni, mio figlio non pu? essere da meno››. ‹‹Se il mio primogenito ? stato inserito precocemente nella scuola materna, altrettanto dovr? fare il secondogenito››.

A volte l’influenza ambientale utilizza gli stessi deficit e difficolt? del bambino: ‹‹Tuo figlio si comporta cos?: piange per un nonnulla, ? capriccioso, vuole dormire ancora nel vostro letto, ha difficolt? nell’alimentazione, perch? ancora non ? andato all’asilo. Mandalo l? e tutti i suoi capricci finiranno, in quanto le maestre non saranno cos? permissive come sei tu››. Quando le cose non vanno poi per il verso giusto, per cui i sintomi di disagio del bambino si accentuano, piuttosto che ricredersi e ritornare sui propri passi, le stesse persone sono pronte ad accentuare i problemi con frasi come questa: ‹‹Se neanche l’asilo ? riuscito a fargli superare queste fisime, non c’? proprio nulla da fare››. Come dire che quel bambino ? fatto cos? male che non vi ? rimedio alcuno se non qualche scappellotto.

 L’ambiente sociale pu? influire sui genitori anche evidenziando dei motivi economici: ‹‹Tu non ti puoi permettere di stare a casa, per cui per potere lavorare in pace devi mettere tuo figlio alla scuola materna, pianga o non pianga, stia bene o stia male, si abituer?››.

Questo concetto dell’abituarsi e cio? dell’adattamento, ? esposto anche dagli insegnanti: ‹‹Tanti bambini piangono durante i primi giorni di scuola ma poi si abituano e non piangono pi?››. In questo caso viene estrapolato solo uno dei sintomi di malessere: il pianto, senza tener conto che la sofferenza psicologica ha mille altre strade mediante le quali pu? manifestarsi ed il pianto ? solo una di queste.

Inserimento precoce nella scuola primaria.

Vi ? poi il problema dell’inserimento precoce in attivit? didattiche che il bambino non ? ancora in grado di affrontare ed in comportamenti richiesti che non ? in grado di gestire. Intanto l’et? mentale non sempre corrisponde all’et? cronologica anche in bambini perfettamente “normali”. Non bisogna dimenticare che fra un quoziente intellettivo “normale” di 80 ed un quoziente intellettivo altrettanto “normale” di 120 vi sono quaranta punti di differenza. Pertanto, nella stessa classe, possono convivere alunni di et? mentale di meno di cinque anni e alunni con un’et? mentale di pi? di sette anni. Se poi si considerano normali anche gli alunni con un Q.I, ai limiti della norma, che per le attuali leggi italiane non hanno diritto all’insegnante di sostegno, il divario tra gli stessi alunni aumenta in maniera considerevole in quanto, nella stessa classe, sono posti sullo stesso piano e dovrebbero apprendere le stesse materie, alunni di et? mentale di 4 anni e sei mesi e alunni di sette anni e pi?.

Quando ci? avviene, quando il bambino viene precocemente inserito in un ambiente a lui non idoneo ? costretto a confrontarsi non solo con una disciplina nettamente pi? coartante rispetto a quella presente nella scuola dell’infanzia, ma anche con attivit?, come la lettura, la scrittura e la matematica che richiedono determinati prerequisiti di carattere logico-percettivo, spaziale e visuo –motorio. Se questi prerequisiti non sono maturati, un bambino o non impara quanto proposto subendo giorno per giorno l’umiliazione di non capire, di non conoscere, di non sapere, oppure pu? anche imparare a leggere e a scrivere ma il risultato non compensa lo sforzo che dovr? fare e le umiliazioni che dovr? subire nell’essere considerato il reietto della classe. OLIVERIO FERRARIS: “Un bambino che si impegna ed ? animato dal desiderio di dare il meglio di s?, che vorrebbe contare all’interno del gruppo classe e avere i giusti riconoscimenti si sente, infatti, frustrato di fronte ai propri modesti risultati. E poich? il piccolo non sa che il vantaggio degli altri dipende dall’et?, pu? pensare di valere di meno, convincersi di non essere benvoluto dagli insegnanti per qualche sua carenza, oppure, peggio ancora, sentirsi marginale ai propri compagni di scuola che lo tengono in scarsa considerazione››.[6] Ci? comporta dei segnali di disagio psichico come i disturbi dell’attenzione, l’irrequietezza, l’insofferenza per la scuola e le attivit? didattiche, l’insonnia, i disturbi psicosomatici ecc.. Se, come oggi avviene in Italia, i genitori sono stimolati a iscrivere i loro figli a cinque anni e sei mesi le difficolt? ed i problemi sopraddetti non possono che aumentare notevolmente.

Per quanto riguarda poi la necessit? dell’ordine e della disciplina, spesso il bambino ? costretto a restare buono e tranquillo nella propria classe, seduto nel proprio banco, spesso per ore, ad un’et? nella quale, soprattutto i maschietti, avrebbero bisogno di alternare brevi momenti di impegno e attenzione ad altri nei quali sia preponderante il gioco e l’attivit? motoria libera, da effettuarsi, se possibile, all’aria aperta. Queste condizioni non fisiologiche possono comportare, in alcuni maschietti, forme di disagio psichico che tendono ad aggravarsi proprio a causa degli interventi finalizzati a soffocare tali sintomi. Infatti, se il bambino si muove troppo nel suo banco o non sta attento, viene rimproverato, richiamato, o punito. Queste frustrazioni accentuano il suo malessere che si potr? manifestare con una aumentata instabilit?, irrequietezza, scarsa attenzione e memorizzazione. Questi comportamenti, a sua volta, porteranno ad un’accentuazione dei richiami e degli atteggiamenti repressivi da parte dei docenti, ma anche dei genitori che, a sua volta, tenderanno a peggiorare il quadro psichico e comportamentale, con una netta diminuzione delle capacit? di apprendimento.

 

 

L’inserimento dei bambini disabili

Per quanto riguarda poi l’inserimento dei bambini disabili, o come ora si preferisce chiamare diversamente abili, nella scuola, i problemi si complicano notevolmente. Ad esempio, i bambini con ritardo mentale dovrebbero frequentare la classe pi? vicina alla loro et? mentale e al loro sviluppo culturale. Se poi la loro et? mentale e il loro sviluppo psicoaffettivo sono inferiori ai tre – quattro anni, dovrebbero continuare a vivere e relazionarsi all’interno del nido familiare. Capita invece, sempre pi? spesso, che genitori, insegnanti e operatori dell’infanzia, frequentemente in piena sintonia, inseriscano il bambino affettivamente o intellettualmente piccolo, con bambini di uguale et? cronologica ma molto superiori per possibilit? affettivo relazionale, per et? mentale e per capacit? di apprendimento, creando di fatto un notevole disagio nel minore disabile.

Lo stesso avviene con bambini notevolmente disturbati, come i bambini affetti da autismo o da altre psicosi, i quali sono costretti a restare in un ambiente, la classe, e con delle persone, gli altri bambini della classe, nella vana speranza di ottenere un legame socializzante. Si trascura il dato fondamentale che questi bambini vivono male l’allontanamento dalla propria casa, soprattutto vivono male l’ambiente classe perch? troppo rumoroso, numeroso, limitante e frustrante. Pertanto, prima di essere inseriti in ambiente scolastico, dovrebbero aver fatto un percorso relazionale che li renda maturi e pronti alla socializzazione. La qual cosa ? molto difficile che possa essere effettuata in classe anche con l’aiuto dell’insegnante di sostegno.

 

5. Quando il tempo trascorso nelle aule scolastiche ? eccessivo.

 

 

Dopo gli anni sessanta il tempo trascorso nelle aule scolastiche ? andato sempre pi? aumentando con l’inserimento del tempo pieno, del tempo prolungato, della settimana corta, ma anche a motivo dei vari progetti organizzati dalla scuola. Nello stesso tempo sono aumentate le occasioni nelle quali la scuola ha iniziato a sostituirsi alla famiglia con l’intento di aiutarla nei compiti che non riusciva pi? a svolgere. Prima il momento del pranzo: ‹‹Come pu? una madre che lavora e che ha solo due ore di intervallo ritornare a casa, preparare il pranzo per i figli e ritornare al lavoro? Per aiutare queste famiglie ? pi? utile che il bambino resti a scuola e mangi insieme ai suoi coetanei. Ci? servir? anche come educazione alimentare e l’aiuter? a superare tanti capricci››. A ci? si ? quasi subito aggiunto “l’aiuto” nell’effettuare i compiti scolastici: ‹‹Chi c’? a casa nel pomeriggio, se non una vecchia nonna lontana dagli argomenti didattici che oggi la moderna pedagogia propone ai suoi studenti? Come pu? questa vecchietta assistere e aiutare i bambini? ? molto meglio che questo sostegno sia offerto da alcune insegnanti durante il tempo pieno o tempo prolungato››. E ancora per altre attivit? ludiche: ‹‹Ora che sono scomparsi i cortili e le aree attrezzate per i giochi per i bambini vi ? il rischio reale che questi stiano tutto il pomeriggio a casa davanti alla TV e ai video-giochi; meglio, molto meglio attivarli con delle esperienze ricreative e culturali da effettuare durante il tempo pieno a scuola››.

 

Ma la scuola con il concorso del comune riesce a fare anche meglio. ‹‹Perch? costringere i genitori ad accompagnare i figli a scuola quando ? possibile avere dal comune degli ottimi scuolabus?››

 

In una societ?, come la nostra, nella quale i rapporti genitori –figli sono molto ridotti e limitati dalle necessit? lavorative, un bambino, specie se piccolo, desidererebbe e ne avrebbe il diritto, di essere accompagnato a scuola da almeno uno dei suoi genitori o da una persona a lui legata affettivamente, come un nonno o una nonna. Questa funzione, infatti, ha delle notevoli valenze affettive ed educative. In quei minuti trascorsi insieme, mentre il bambino lotta contro il timore di staccarsi da un ambiente conosciuto e sicuro come la propria stanza e la propria casa per affrontare un contesto diverso, difficile e problematico, come quello scolastico egli, mediante il contatto della mano ferma e calda del genitore, ha la possibilit? di percepire prima e poi far propria la sicurezza e la serenit? di questi. Inoltre, mediante il dialogo, ha la possibilit? di comunicare con la persona amata le nuove esperienze, le nuove gioie e soddisfazioni come quelle di un bel voto o di riuscire ad instaurare un nuovo rapporto d’amicizia ma gli ? possibile anche confidare i timori e le difficolt? come l’accettare un cattivo voto, un richiamo dell’insegnante o le cattiverie di qualche compagno di classe.

 

In questi casi l’offerta e l’accettazione di un servizio come quello degli scuolabus, specie per un bambino piccolo o alle prime esperienze scolastiche, pu? comportare notevoli disagi e sofferenze, in quanto questi si ritrova ad affrontare da solo i suoi timori, le sue paure, i suoi dubbi, le sue difficolt?, mentre rimane privo dei preziosi consigli, suggerimenti, incoraggiamenti e chiarimenti, dei suoi genitori ma anche del contatto fisico offerto dalla loro mano o dal bacio dato al momento del distacco.

 

“L’aiuto” che la scuola o il comune cerca di dare ai genitori e alle famiglie, in realt? si traduce in una deresponsabilizzazione, ma anche in una collusione con il mondo economico o meglio finanziario, che tende sempre di pi? a gestire persone e famiglie a suo esclusivo beneficio, senza tener conto dei danni prodotti alle future generazioni.

 

 

6.     Quando non sono rispettati i fisiologici ritmi di impegno, svago e riposo.

 

Possibili effetti negativi si possono avere quando la scuola e le attivit? didattiche correlate non rispettano i bisogni di riposo, di gioco e di svago del minore. Negli ultimi decenni la scuola ? sottoposta da parte della societ? a continue richieste formative, sia per l’aumento delle conoscenze, sia per la complessit? delle attitudini indispensabili agli adulti per comprendere e padroneggiare le varie attivit? lavorative e sociali. Ci? comporta un carico di lezioni, compiti e attivit?, in alcuni casi insostenibili per le possibilit? di un bambino. Tendono ad aumentare le ore di lezione e quelle di studio necessarie per prepararsi alle interrogazioni quotidiane o per superare le varie prove d’esame. Inoltre, la necessit? di utilizzare al massimo il tempo trascorso dal bambino a scuola, ma anche la paura di incidenti che possono avvenire fuori delle aule scolastiche, ha fatto da una parte diminuire la durata della pausa di riposo, dall’altra, in molti casi, ha spinto gli insegnanti a costringere i bambini a consumare una frettolosa merendina nello stesso banco. Queste modalit? di gestione degli alunni, assolutamente non fisiologiche per soggetti in et? evolutiva i quali hanno bisogni di movimento, svago e gioco, ha comportato un aumento dell’instabilit? e dell’irritabilit?, una diminuzione delle capacit? di attenzione, una maggiore svogliatezza, ma anche atteggiamenti aggressivi e disforici poco consoni ed utili in una classe. Insomma, piuttosto che liberare tensioni represse mediante il gioco libero, nelle giuste pause, ? facile vedere un numero sempre maggiore di bambini, soprattutto maschietti, che per tutto il tempo delle lezioni ma soprattutto nelle ultime ore si alza spesso dal banco e vaga nella classe oppure, al contrario, resta imbambolato, apatico e addormentato nel suo banco per evitare rimproveri e punizioni. Questa modalit? poco fisiologica di gestire i tempi dello studio e quelli necessari per il riposo ha, inoltre, determinato un calo nell’impegno scolastico soprattutto degli alunni maschi, con conseguenze anche sul piano del benessere psicologico.

 

7.     Ogni qualvolta viene sottovalutato l’obiettivo dello sviluppo di una corretta identit? e ruolo di genere.

 

L’identit? di genere ? data dal vissuto che la persona ha di s? come maschio e come femmina.

 

Quando l’individuo avverte una costante, chiara e netta consapevolezza di appartenere ad uno specifico genere sessuale, per cui pu? dire a se stesso e agli altri: ‹‹Io sono maschio›› oppure ‹‹Io sono femmina››, la sua identit? di genere ? chiaramente ben definita. Al contrario, quando la persona, qualunque siano le sue scelte sessuali, qualunque siano le sue caratteristiche anatomiche, non riesce a collocarsi in un sesso specifico, non ha una chiara identit? di genere.

 

L’identit? sessuale va distinta dal ruolo sessuale che ? dato dal comportamento che l’individuo attua esprimendo le sue caratteristiche. ‹‹Io sono maschio e quindi vivo e mi comporto da maschio nelle mie scelte, nel mio lavoro, nel modo di vestire, nelle mie scelte amorose e sessuali, ecc..

 

Anche l’impegno per un corretto sviluppo dell’identit? e del ruolo di genere sembra scomparso nei programmi ma soprattutto nelle aule scolastiche.

 

Poich? l’identit? ed il ruolo di genere sono solo in parte determinati dagli elementi genetici e pertanto necessitano del fondamentale contributo educativo della famiglia e della societ?, cos? come per i genitori anche la scuola, in quanto luogo che accoglie precocemente le nuove generazione e si propone di formarle, avrebbe il dovere di lavorare costantemente per aiutare il corretto sviluppo sessuale dei minori. Purtroppo tale contributo, almeno attualmente, appare molto scarso per vari motivi. Intanto le classi miste hanno sottratto agli alunni la possibilit? di uno scambio prevalente di idee ed esperienze nell’ambito dello stesso genere; a ci? si ? aggiunta la presenza di uguali programmi didattici sia per i ragazzi che per le ragazze. Non ? indifferente, inoltre, la netta prevalenza di insegnanti donne non solo nella scuola dell’infanzia, ma anche in quella primaria, che impedisce una corretta identificazione. In queste condizioni entrambi i sessi sono mortificati, anche se i danni maggiori sono avvertiti dai maschi, i quali sono costretti a vivere in un ambito educativo strutturato e gestito prevalentemente con caratteristiche e valori di tipo femminile.

 

 

8.     Quando la scuola e le attivit? didattiche si inseriscono in modo invadente e prioritario nella vita dei minori.

 

La vita giornaliera di un bambino, ma anche quella di un fanciullo e di un giovane dovrebbe essere la pi? varia. Durante la veglia dovrebbero essere intervallati momenti di studio ad altri di gioco libero, periodi di riflessione ad altri di impegno, momenti di lettura e momenti di ascolto, occasioni di riposo alternate a sport o comunque ad impegno motorio. Momenti dedicati al dialogo, ai quali dovrebbero seguire periodi ricchi di silenzio interiore. Quando la scuola e le connesse attivit? didattiche diventano preponderanti nella vita dei minori, molte di queste possibili opzioni si riducono notevolmente, si annullano o non vengono neanche scoperte. In questi casi l’impegno scolastico fagocita ogni minuto, ma anche ogni energia del minore, rendendo monocorde la sua giornata ma anche la sua vita ed il suo sviluppo umano, con grave perdita delle sue globali potenzialit?. Il concetto che la scuola dovrebbe essere solo una parte della vita del minore, per alcuni genitori e per tanti insegnanti sembra sconosciuto o nettamente rifiutato, tanto che il dialogo tra genitori e figli, ma anche tra coetanei spesso si riduce a temi quasi esclusivamente di tipo scolastico: ‹‹Sei stato interrogato? Quanto hai preso nell’ultimo compito? Come mai il tuo rendimento scolastico ? diminuito in questo periodo? Ti piace la matematica?›› E cos? via.

 

Per alcuni genitori la scuola e le attivit? didattiche diventano causa di ansia per loro e motivo di tormento nei confronti dei figli. Non basta la sufficienza ? necessario un buon voto. Non basta un buon voto ? necessario un rendimento scolastico eccellente. Tutto il resto della vita del minore sembra ruotare solo su questi termini di paragone. Per evitare che il bambino si distragga, nei momenti di riposo alcuni genitori sono felici se il figlio guarda la TV, ‹‹…cos? apprende qualche altra cosa e rimane concentrato sui compiti da fare.›› Compiti che spesso si prolungano fino a tarda sera. Si riduce il rapporto del bambino con i coetanei. Si riducono le sue possibilit? di scelta. Il suo animo e la sua vita si atrofizzano.

 

Questi genitori spesso non sopportano che il loro figlio “non faccia nulla”. Vanno in ansia se lo vedono sdraiato nel letto a pensare guardando il soffitto. Quando si accorgono che, almeno apparentemente ? inattivo, lo apostrofano pesantemente. Come fosse un crimine pensare, fantasticare, riflettere. Le conseguenze sono notevoli. La personalit? del minore ha difficolt? ad espandersi. Non solo, ma egli comincia a credere, come i suoi genitori ed i suoi insegnanti, che il valore di una persona si misura dal suo successo scolastico; che essere buono e bravo significa prendere dei buoni voti; che le maggiori disgrazie della vita sono quelle che si hanno quando un compito va male e cos? via. Spesso, in questi minori cresce l’ansia da prestazione, la depressione, la tristezza, la colpevolizzazione e la svalutazione di s?, quando qualcosa non ? andato per il verso giusto a scuola. Tutto il bene che essi possono chiedere a se stessi e al mondo si focalizza su questa istituzione.

 

Nonostante questo sia un pensiero molto frequente, resta un pensiero grossolanamente errato. La vita premia chi ? pi? ricco globalmente, non chi ? pi? bravo a scuola. Premia chi ? capace di gioire, pensare, riflettere, scoprire, provare, dialogare, non chi prende tutti nove e dieci. Premia chi ? pronto e desideroso di impegno verso il prossimo; chi ama arricchirsi della lettura, della musica; chi gode e difende la natura ed in essa cerca riposo e vigore. In definitiva, la vita premia chi ? pi? capace di confrontarsi bene con s? stesso, con gli altri e con il mondo che lo circonda e non chi risponde meglio alle interrogazioni.

 

In questi bambini la cui vita ruota solo attorno alla scuola e allo studio, abbiamo evidenziato nei loro disegni e nei loro racconti, una scarsissima variet? di elementi. A volte tutti i loro sogni e le loro attenzioni sono focalizzate sugli oggetti tecnologici, altre volte sui video – giochi, altre volte sul calcio ma ? come se il ventaglio della loro vita fosse enormemente ristretto e limitato e quindi, in definitiva, molto povero.

Un bambino “tutto studio e TV”

Il caso di Vincenzo ? emblematico.

 

Questo bambino di nove anni con normali capacit? intellettive e con buon profitto scolastico, arriva alla nostra osservazione in quanto presentava numerosi disturbi psicoaffettivi come paura del buio, della bambola assassina, dei ladri, della morte dei genitori e quindi di rimanere solo senza protezione. Presentava, inoltre, facile suscettibilit?, ridotta autostima, e notevole tensione interiore. I genitori si impegnavano e lo impegnavano nel fare i compiti dalle quindici alle diciannove. Dopo i compiti l’unica altra attivit? che gli era concessa era vedere un po’ di TV. Nessuna vita sociale. Niente amici. Nessuna attivit? di gioco con i compagni.

Come commento al disegno che raffigura un bambino che gioca al pallone, riferisce:

‹‹C’era una volta un bambino di nome Luigi che palleggiava. Sapeva giocare bene a pallone. Andava a calcetto, mangiava, dormiva, ecc. Un giorno un topo gli ha bucato il pallone e lui si ? messo a piangere. Dopo se ne ? comprato uno nuovo e ha giocato di nuovo a pallone. La madre aveva i capelli ricci e neri e suo pap? aveva i capelli ricci e neri. Pap? faceva il medico e la mamma faceva il medico. Erano buoni. Pap? si arrabbiava se gridava e la mamma per le grida e se non studiava. Era solo e giocava solo!››

Nonostante il disegno ed il relativo commento fossero, almeno in parte, una proiezione dei suoi desideri insoddisfatti in quanto, nella realt?, il bambino non era iscritto a calcetto e non aveva tempo di giocare a pallone, colpiscono in questo racconto tutta una serie di elementi scialbi e monocordi di persone e giornate sempre uguali (Un giorno un topo gli ha bucato il pallone e lui si ? messo a piangere. Dopo se ne ? comprato uno nuovo e ha giocato di nuovo a pallone) (La madre aveva i capelli ricci e neri e suo pap? aveva i capelli ricci e neri). (Pap? faceva il medico e la mamma faceva il medico).

Colpisce, inoltre, la sua frase finale (Era solo e giocava solo!)

 

9.     Quando il gruppo classe deve affrontare problemi pi? gravi e pesanti rispetto alle sue possibilit? di dare adeguate risposte.

 

La possibilit? che ha una classe di dare risposte adeguate dipende da molti fattori: equilibrio psichico e capacit? degli insegnanti, numero degli allievi, quantit? di problematiche da affrontare. In definitiva, una maggiore qualit? e capacit? dei docenti permette di affrontare positivamente anche un numero maggiore di alunni, anche se tra questi vi sono pi? alunni con problemi. Al contrario minori capacit? e qualit? sono presenti negli insegnanti, minori possibilit? vi sono di affrontare un alto numero di alunni soprattutto se fra questi sono presenti degli alunni con qualche disabilit?. Pertanto pi? una classe ? numerosa, pi? all’interno della classe sono presenti bambini con problemi, anche solo di disagio psichico, pi? ? difficile la sua gestione e pi? capacit? si dovrebbe richiedere ai docenti.

 

10.     Quando ? presente una eccessiva competizione.

 

Una giusta competizione stimola l’interesse e la motivazione ed aiuta a raggiungere gli obiettivi didattici programmati. Quando invece la competizione ? eccessiva si crea un clima di ansia, tensione e scontro tra gli allievi, per cui gli alunni meno capaci e bravi rischiano di soffrire per i sentimenti di fallimento e di insufficienza.

 

11.     Quando la scuola non riesce ad attuare un rapporto ed un insegnamento individualizzato.

 

Ogni bambino ha per sua natura delle potenzialit? e dei bisogni particolari in quanto portatore di diversa personalit?, di diverse capacit? intellettive, di attenzione, di memoria e cos? via. Anche se ? illusorio pensare che un insegnante possa far effettuare ad ogni alunno della classe, la quale spesso ? numerosa, un suo percorso individualizzato di apprendimento, una buona scuola e dei bravi insegnanti dovrebbero riuscire a dare ad ogni allievo l’attenzione necessaria affinch? non si sentano e non vengano trattati in maniera anonima. Il racconto di Bruno ?, a questo proposito, eloquente.

Un bambino con la paura delle interrogazioni.

C’era una volta un ragazzino di nome Carlo il quale prima di essere interrogato era molto spaventato perch? temeva che il professore gli avrebbe messo due se non avesse fatto bene. La mattina Carlo cerc? in tutti i modi di non andare a scuola, fingendo di sentirsi male. Per? non riusc?, doveva solo affrontare il professore. Quando lo chiam? alla lavagna, nessuno capiva perch? lui scriveva tremolante. Appena il professore disse di disegnare un parallelogramma lui riusc? a farlo perfettamente. Questo professore di cui tutti avevano paura era diventato amico, perch? appena finita la lezione lo port? fuori con lui dicendogli di continuare cos? con buona volont?. Il bambino pass? alle classi superiori e fece notare a tutti di essere un piccolo grande genio.

Il racconto di Bruno evidenzia molto bene il “miracolo” che pu? fare un buon professore con un piccolo, semplice gesto.

Intanto viene presentato, in questo racconto, un bambino spaventato dalle interrogazioni che, di conseguenza, presenta paura della scuola (C’era una volta un ragazzino il quale prima di essere interrogato era molto spaventato perch? temeva che il professore gli avrebbe messo due se non avesse fatto bene). (Quando lo chiam? alla lavagna, nessuno capiva perch? lui scriveva tremolante). Questo ragazzino fa di tutto, fingendosi malato, per non andare (La mattina Carlo cerc? in tutti i modi di non andare a scuola, fingendo di sentirsi male). Tuttavia, nonostante il terrore, ? bastato poco a questo professore per sminuire di molto le sue paure (Questo professore di cui tutti avevano paura era diventato amico, perch? appena finita la lezione lo port? fuori con lui dicendogli di continuare cos? con buona volont?).

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato “Il bambino e l’ambiente” 

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