Violenza e imitazione

Violenza e imitazione

Violenza e imitazione

 

Il fatto che l’aggressivit?, come molti comportamenti negativi, possa essere appresa dall’ambiente di vita, ? noto da sempre: “Chi pratica con lo zoppo all’anno zoppica”. Quest’antico proverbio vuole chiaramente indicare la notevole influenza negativa che ispirano le persone che frequentiamo e con cui viviamo, sui nostri comportamenti relazionali e sociali. Soprattutto i bambini e gli adolescenti, ma anche gli adulti, tendono istintivamente ad imitare gli atteggiamenti ed i comportamenti che scorgono nel loro ambiente di vita. Pertanto, cos? come sono spinti a riprodurre i comportamenti positivi di accoglienza, rispetto, dialogo, dono e cura, allo stesso modo possono imitare, in ogni rapporto relazionale, anche i comportamenti di rifiuto, aggressivit? e violenza, dei quali sono spettatori.

Per i minori questa imitazione ? pi? frequente ed incisiva quando i comportamenti negativi provengono da persone che hanno per loro una maggiore valenza affettiva ed educativa: “Vedo i miei genitori che litigano continuamente, pertanto ? normale che i coniugi litighino tra loro”. “Mio padre si ? comportato in maniera violenta e aggressiva con me o con mia madre; ? normale e logico che anch’io faccia lo stesso, con i miei figli e con mia moglie”. “Mia madre gridava continuamente e anch’io ho l’abitudine di gridare per un nonnulla”. Alcuni di questi bambini, divenuti adulti, tenderanno a ripetere gli stessi comportamenti vissuti nell’infanzia, altri, per fortuna, facendo propri dei comportamenti positivi acquisiti da altri adulti conosciuti in altri ambienti, saranno in grado di criticare e rifiutare quei comportamenti ritenuti violenti, ingiusti e apportatori di sofferenza.

Inoltre, come dice Hacker [1]: “Il comportamento aggressivo, come molte altre forme comportamentistiche, ha la tendenza a estendersi e generalizzarsi; una volta appreso e collaudato esso viene esteso ad altre situazioni e qui applicato”. Ancor peggio se gli atteggiamenti aggressivi sono premiati. In questi casi anche dei comportamenti chiaramente abnormi assumono valenze positive[2].

Tuttavia, a questo riguardo, ? bene rilevare che nel campo educativo quando l’aggressivit? nasce dalla sofferenza, dalle frustrazioni e dai traumi sub?ti, l’atteggiamento repressivo non ottiene i risultati voluti e sperati, poich? non si pu? insegnare a non essere aggressivi, utilizzando l’aggressivit?![3]

L’aggressivit? appresa dalla logica del gruppo.

Questo tipo di comportamento ? frequente nei giovani e negli adolescenti i quali, inseriti in un “branco”, sono condizionati dalle regole presenti nel gruppo. Per cui hanno notevoli difficolt? a controllare i comportamenti e gli atteggiamenti aggressivi e violenti suggeriti dagli altri componenti, poich? questi comportamenti diventano una condizione necessaria per essere accettati dagli altri. Per tale motivo il giovane che aderisce a queste indicazioni si sente come deresponsabilizzato nelle decisioni personali e avverte il dovere di accettare le decisioni prese dal capo del branco o dalla maggioranza dei coetanei. D’altra parte, opporsi ai comportamenti, significherebbe opporsi a tutto il gruppo, non far pi? parte di questo e, di conseguenza, sentirsi isolati ed emarginati.

In questi casi il singolo individuo non agisce aggressivamente per frustrazione o per scaricare l’ansia eccessiva, ma per aderire a una logica di gruppo, che vede la violenza come necessaria e coerente con i propri bisogni d’integrazione e socialit?. Come dicono Erikson e Erik, 2008, p.29),: “Un individuo si sente isolato dalle sorgenti della forza collettiva allorch? egli, magari solo nel suo intimo, assume un qualsiasi ruolo che il suo gruppo ritiene particolarmente negativo”.

L’aggressivit? e la violenza appresa dai mass media e dai mezzi di comunicazione di massa.

 Non sono da sottovalutare l’emulazione delle scene di violenza presenti nei mezzi di comunicazione di massa, nei film, nei video giochi e negli spettacoli come quelli di Wrestling. Per Hacker [4]: “Dappertutto i mezzi di comunicazione di massa influenzano la coscienza generale e con essa indirettamente ma in modo determinante anche l’inconscio, le opinioni, gli atteggiamenti e le azioni del pubblico”.

E ancora lo stesso autore (Hacker, 1971, p. 315):

“L’adolescente americano medio ? cos? ipersaturato dai tanti stimoli aggressivi trasmessi dai mezzi di comunicazione, che nessun modello specifico di aggressione gli sembra nuovo o degno di essere imitato; tuttavia questo ottundimento del singolo ? ottenuto al prezzo del globale innalzamento del livello di aggressivit?”.

Per quanto riguarda i Wrestling, non pu? essere certamente indifferente, soprattutto per i minori, assistere a dei giganti super palestrati che lottano e si aggrediscono in maniera violenta e selvaggia, cercando in ogni modo di far del male all’avversario, fino a schiacciarlo a terra con il loro mastodontico corpo. Il fatto poi di sapere che in realt?, quella alla quale si assiste, ? una finta lotta e che, almeno si spera, questi atleti, non si facciano veramente del male, non sempre viene percepito in maniera corretta, soprattutto dai pi? piccoli che assistono a questi spettacoli. In questi, la traccia emotiva che permane e predomina nel loro animo pu? purtroppo comportare il desiderio e il piacere di poterli in qualche modo imitare.

Per quanto riguarda i film e i telefilm, mentre fino a qualche decennio fa l’eroe aveva una funzione di difesa della nazione, dei pi? deboli e degli indifesi e pertanto, almeno nelle intenzioni degli autori, aveva un ruolo positivo, ormai da molti decenni lo stesso eroe partecipa in modo confuso e caotico al piacere di distruggere e aggredire tutto ci? che capita a tiro, utilizzando qualunque strumento di distruzione: bazuka, bombe, fuoco, auto e camion, spesso senza che si riesca a rintracciare, nelle sue azioni, un minimo di finalit? costruttiva ed educativa. “La tendenza mimetica viene esaltata quando gli atti aggressivi mostrati sono rappresentati come eroici, promettenti e apportatori di successo, oppure quando gli spettatori sono espressamente invitati all’imitazione e vi vengono autorizzati” (Hacker, 1971, p. 315).

Per tale motivo gli attuali eroi, ai quali bisognerebbe identificarsi e imitare, sono certamente senza paura, veloci, forti e sicuri di s?, ma sono anche dei balordi confusi e violenti, senza piet?, ma anche senza alcuna disponibilit? all’ascolto e alla comprensione dell’altro.

Ancora pi? grave ? la stimolo all’emulazione che l’individuo, soprattutto in et? evolutiva, pu? ricevere da parte dei contenuti dei videogiochi pi? comunemente utilizzati e diffusi. Molti di questi si basano essenzialmente su una continua, ripetitiva, perenne lotta, utilizzando varie armi e strategie, contro alieni e nemici immaginari, mostri da distruggere, prima di essere distrutti, da uccidere, prima di essere uccisi; ma anche lotta nei confronti di malcapitati, innocui passanti. D’altra parte molto spesso, in questi giochi, uccidere quanto pi? possibile dei fantomatici nemici fa “vincere” una partita o fa andare ad un livello successivo e pertanto “premia”. Questi personaggi suggeriscono e nel tempo convincono il piccolo utilizzatore, che l’aggredire e il distruggere sono atteggiamenti e comportamenti non solo “normali” ma anche utili, piacevoli e divertenti.

Si dir? che la violenza presente nei film, nella Tv o nei video giochi ? “finta, non ? vera, ? solo spettacolo ” tuttavia “L’effetto imitativo ? uguale, sia che le scene di violenza siano prodotte negli studi, sia che vengano riprese dalla vita reale (anche se questa differenza fosse riconoscibile). Banddura e in seguito Berkowitz hanno dimostrato con estesi esperimenti su gruppi di bambini di diverse et? che l’effetto di accrescimento dell’aggressivit? esercitato da esempi d’aggressione ? sostanzialmente lo stesso, a prescindere dal fatto che l’aggressione rappresentata e successivamente imitata si sia svolta originariamente nella vita reale, in un film o in un cartone animato”(Hacker, 1971, p. 315).

Poich? in queste immagini e in questi giochi non c’? piet?, tenerezza, comprensione, giustizia, ma soprattutto non ci sono sfumature, l’uso di questi strumenti pu? condurre ad atteggiamenti reattivi e aggressivi nei confronti degli altri, giacch? riduce le inibizioni e non educa alla necessit? di ricercare e trovare soluzioni alternative ai problemi e ai conflitti tra esseri umani, utilizzando il dialogo, la mediazione e l’accordo tra le parti.

L’altra conseguenza insita in questi spettacoli, che ? forse ancora peggiore di quella precedente, ? che nell’animo e nella mente dei bambini s’insinua e si sviluppa l’idea che nel mondo nel quale viviamo allignano una serie infinita di nemici che subdolamente possono circondarci, assalirci e farci del male, per cui ? necessario vivere costantemente sulla difensiva, sempre pronti a prendere le armi pi?? efficaci per proteggerci o attaccare.

Quest’inquinamento mediatico ? tanto pi? grave quanto maggiore ? il numero dei messaggi, quanto minore ? l’et?, quanto pi? il soggetto ? psicologicamente fragile, suggestionabile e insicuro, ma anche quanto maggiore ? l’interattivit?.

Tuttavia, da parte della societ? e dei legislatori ? difficile accettare e soprattutto porre rimedio al fatto incontestabile che le parole e le immagini violente ascoltate e viste, ma anche virtualmente eseguite migliaia di volte dai minori, dagli adolescenti e dagli adulti, possano lasciare delle tracce indelebili nell’animo di chi le utilizza. Si preferisce allora per motivi economici e ideologici far credere che ci? non sia vero e non sia possibile, al fine di coprire una realt? difficile da accogliere; giacch? accettare ci? significherebbe modificare in maniera sostanziale la presunta neutralit? di questi strumenti e pertanto intervenire non solo sul loro uso ma anche e soprattutto sulla loro produzione.

Tra l’altro oggi buona parte dell’educazione e della formazione dei minori, a causa di genitori sempre pi? impegnati, lontani, assenti e distratti, ? diventata di tipo mediatico. E se i media ma anche internet sono ricchi di contenuti violenti, i risultati non possono che essere deleteri sul piano del rispetto dell’integrit?, dignit? e sacralit? dell’animo, del corpo e della vita dell’altro. Ci? ? evidente in molti rapporti sociali. Le assemblee scolastiche o di condominio, le discussioni parlamentari, Facebook, gli incontri di calcio e i dibattiti televisivi, ovunque vi sia la minima possibilit? di confrontarsi con idee diverse, sono spesso utilizzati per scaricare sugli altri, mediante la violenza verbale, la propria rabbia e le proprie frustrazioni. Per Dacquino (1994, p. 304): “Viviamo in un clima di violenza e sadismo verbale, alimentato dall’abitudine di polemizzare accanitamente anche per le cose pi? futili. Siamo sempre sul piede di guerra oppure discutiamo con voce dura, stridula, alta, pur sapendo che urlare ? la reazione di chi ha torto o ? insicuro”.

L’aggressivit? pu? essere appresa in famiglia da stili educativi erronei.

Vi sono degli stili educativi nei quali sono trasmessi i valori dell’accoglienza, della fratellanza, dell’amore, dell’accettazione e del dono, ma vi sono purtroppo anche degli stili educativi nei quali sono trasmessi disvalori: come la violenza, la prepotenza, la protervia e lo sfruttamento dell’altro ai propri fini. In questi casi ? costantemente sottolineato l’errato principio che bisogna rispondere “occhio per occhio e dente per dente” a quanto sub?to e che “non bisogna essere pecore ma lupi” pronti ad azzannare chi ci ha fatto o potrebbe farci del male o potrebbe sottrarci qualcosa di nostro. Questi stili educativi sollecitano ad accettare e utilizzare l’uso della forza e della violenza in molte, troppe occasioni senza che ci? sia strettamente necessario e utile.

 

Tratto dal libro di Emidio Tribulato: “Ti odio!”- Conflitto e aggressivit? e violenza tra i sessi”.

Per scaricare gratuitamente sul tuo computer questo libro clicca qui.

Per richiedere da Amazon questo libro in forma cartacea clicca qui.

 


[1] Hacker F., (1971), Aggressivit? e violenza nel mondo moderno, Edizioni il Formichiere, Milano, p. 315.

 

[2] Andreoli, V. (1995), La violenza – dentro di noi, attorno a noi, Fabbri editore Corriere della sera, Milano, p. 71.

[3] Hacker F., (1971), Aggressivit? e violenza nel mondo moderno, Edizioni il Formichiere, Milano, p. 171.

 

[4] Hacker F., (1971), Aggressivit? e violenza nel mondo moderno, Edizioni il Formichiere, Milano, p. 317