
01 Apr La diagnosi in neuropsichiatria infantile: approccio categoriale e approccio dimensionale
Il significato dei sintomi
Alcuni sintomi presentati dai bambini rappresentano delle modalit? di reazione immediata allevento o agli eventi negativi nel quale sono coinvolti, altri tipi di sintomi segnalano le conseguenze del danno causato sulla psiche da parte di questi eventi negativi, altri ancora devono considerarsi come la messa in atto, da parte dellIo del bambino, di particolari difese.
Per Stefana e Gamba[1]: Serve ricordare che la sintomatologia, come le monete, ha due facce: esprime le difficolt?, ma anche il miglior adattamento possibile per quella persona nel tentativo di difendersi dallangoscia e dal dolore.
In ogni caso i sintomi sono soltanto dei segnali o, se volete, dei messaggi inviati da un Io in difficolt? o chiaramente sofferente per cui per la psicoanalisi il sintomo ? indice di un disagio soggettivo, che non pu? essere letto se non si prende in considerazione il vissuto del bambino e il contesto familiare e sociale in cui ? inserito e si manifesta[2].
Solo se riusciamo a capire ci? che avviene nella psiche del bambino e nellambiente in cui vive, abbiamo la possibilit? di comprendere quali sofferenze egli prova, quali difficolt? e conflitti attanagliano il suo animo e cosa possiamo noi fare per alleviare le sue angosce.
I sintomi presentati dai bambini hanno alcune caratteristiche peculiari che li distinguono da quelli degli adulti:
- molto pi? di quelli delladulto hanno un carattere di reattivit?. Pertanto possono comparire improvvisamente, quando per il bambino la realt? di vita diventa penosa, cos? come possono sparire, col semplice mutamento delle condizioni ambientali.
- non hanno alcun significato generale. Il loro significato ? personale e specifico per ciascun bambino. Ad esempio, il sintomo rifiuto di andare a scuola pu? manifestare molte diverse realt?: che il bambino non ? ben preparato e, quindi, teme di fare una cattiva figura andando a scuola; che ha una carenza di sonno per cui gli ? penoso alzarsi la mattina; che ha paura di lasciare un luogo conosciuto per uno sconosciuto; che non vuole allontanarsi dalla sua casa in quanto teme che possa accadere qualcosa di male ai suoi genitori; che se si allontana dalla sua abitazione e sta male non potr? ricevere laiuto necessario. E ancora lo stesso sintomo: rifiuto di andare a scuola pu? segnalare la sua paura di essere deriso o perseguitato dai compagni per un qualche motivo; la scarsa e difficile relazione con uno o pi? insegnanti, e cos? via.
- La fenomenologia psicologica e comportamentale del bambino cambia con let?. Determinate manifestazioni sono normali ad una certa et? e patologiche in altre.
- Le medesime situazioni disadattive possono manifestarsi nei diversi stadi dellet? evolutiva con espressioni sintomatologiche del tutto diverse. Ad esempio, la reazione alla frustrazione pu? manifestarsi nella prima infanzia con lopposizione sistematica o con la regressione affettiva; nellet? prescolare e scolare si pu? evidenziare con crisi di pavor o con lonicofagia. Allo stesso modo i comportamenti autoerotici di compenso delle frustrazioni possono esprimersi nella prima infanzia mediante la suzione del pollice o con i movimenti ritmici pendolari del capo e del tronco, mentre nellet? scolare possono rendersi evidenti mediante la masturbazione genitale.
- Sono numerose le differenze legate al sesso. I comportamenti ribelli sono nettamente pi? comuni nei maschietti, mentre le paure espresse e gli stadi depressivi sono pi? frequenti nelle femminucce. Inoltre, tanto gli uni che le altre, hanno manifestazioni esterne di aggressivit? verso i due tre anni ma, nelle bambine, questo comportamento dura poco, mentre nei bambini continua fino ai primi anni della scuola elementare. Inoltre, i maschietti continuano ad esprimere verso lesterno e mediante il corpo i loro sentimenti aggressivi, mentre le bambine tendono ad interiorizzare questo tipo di sentimenti o li esprimono con il linguaggio ed il comportamento.
Approccio categoriale e approccio dimensionale
Per tutti questi motivi la psichiatria dellet? evolutiva presenta le caratteristiche di una preminente asistematicit?. Le forme nosograficamente ben delimitabili non solo sono le meno frequenti, ma sono anche molto discutibili, mentre sono numerose le forme non esattamente definibili nosograficamente. Pertanto non sempre ? possibile ed ? utile lapproccio categoriale,[3] utilizzato ad esempio dai vari DSM, che permette di raggruppare in tipi o categorie, i pazienti che hanno caratteristiche cliniche o eziopatogenetiche simili.
I motivi sono numerosi. Intanto, come dicono Sogos ed altri[4]:
Nellambito dei disturbi psichici e comportamentali, raramente ? possibile stabilire categorie che siano completamente omogenee, che si escludano a vicenda e che abbiano precise caratteristiche definenti e nessun caso limite. Le categorie psicopatologiche sono generalmente prototipiche, nel senso che ciascun membro condivide con il prototipo un numero maggiore o minore di caratteristiche presenti con diversi gradi di intensit?. I confini di tali categorie appaiono, dunque, per loro natura, sfumati e in alcuni casi si sovrappongono. Lappartenenza di un caso ad una classe diagnostica non preclude perci? lappartenenza ad altre classi. Tuttavia in ogni classificazione tipologica le categorie devono poter essere delimitate le une rispetto alle altre. Se le caratteristiche definenti i raggruppamenti si definiscono in maniera continua, ? necessario stabilire arbitrariamente dei confini tra le categorie. ? possibile quindi trovarsi nella situazione in cui due individui, che cadono in punti adiacenti ma opposti di un confine arbitrario, vengano diagnosticati in maniera differente.
Stefana e Gamba[5] aggiungono:
Questo perch? i criteri dei sistemi categoriali, in s? e per s?, rappresentano sostanzialmente astrazioni dettate da esigenze organizzative, garantiscono la riproducibilit? e lattendibilit? della diagnosi, ma non la sua validit? di costrutto.
Sogos e altri[6] aggiungono altre critiche allapproccio categoriale:
La prima critica nasce dalla preoccupazione in alcuni casi fondata – che la diagnosi assuma il valore di una profezia che si autoavvera. In altre parole si teme che letichetta diagnostica induca nelle persone con cui lindividuo entra in relazione una serie di pregiudizi e di aspettative tali da suggerire alletichettato un comportamento congruente ad esse.
Pertanto le etichette psichiatriche rischiano di oscurare importanti differenze individuali con conseguente stigmatizzazione sociale del paziente.
La seconda critica esprime invece il timore che linclusione di un disturbo in una categoria psicopatologica possa portare a una standardizzazione del lavoro terapeutico e a tralasciare variabili fondamentali, quali la storia di vita del paziente e la sua particolare organizzazione conoscitiva.
Loperatore pu?, inoltre, essere influenzato nello scegliere i sintomi per unipotesi diagnostica, dai suoi pregiudizi, schemi o aspettative personali mediante unattenzione selettiva che filtrer? il complesso di informazioni fornite dai racconti e dal comportamento del paziente.
E concludono:
Propriamente, quindi, diagnosi e classificazione dovrebbero essere utilizzate per descrivere i disturbi e le aree di deficit e per facilitare il lavoro terapeutico, e non per qualificare persone o giustificare controlli sociali o etichettature.
Se si vuole a qualunque costo, includere in una sindrome ben precisa la sofferenza del bambino, che si esprime mediante unampia e variegata costellazione di segnali, che daltra parte spesso cambiano nel tempo, si rischia di ottenere una serie di diagnosi diverse e, soprattutto, si rischia di effettuare interventi parziali che non affrontano i veri problemi del minore, ma solo qualche manifestazione di questi problemi.
Letichetta diagnostica non riesce assolutamente a rappresentare il bambino nella sua complessit? e originalit?, in quanto nulla ci dice rispetto alla sua storia, alla realt? attuale nella quale egli vive, n? tantomeno ci illumina sulla possibile evoluzione del disturbo.
Un esempio di diagnosi multiple
Il caso di Marco che presentiamo ? un esempio di diagnosi multiple.
Marco arriv? alla nostra osservazione quando aveva otto anni. Ma gi? a quindici mesi era stato visitato da uno specialista neuropsichiatra infantile, che aveva fatto diagnosi di difficolt? nel linguaggio e quindi aveva consigliato linserimento in un asilo nido, in modo tale che il piccolo frequentando questa istituzione avesse pi? stimoli linguistici.
A quattro anni, visitato da un otorinolaringoiatra questi, evidenziando un deviazione del setto nasale e lieve ipoacusia, consigli? lasportazione delle tonsille e delle adenoidi. Cosa che venne effettuata subito dopo. Il medico consigli?, inoltre, logoterapia che il piccolo effettu? per due anni.
Visitato successivamente da un altro neuropsichiatra infantile, questi fece diagnosi di disturbi da iperattivit? per cui fu consigliata psicomotricit?.
Visitato, infine, presso un reparto di neuropsichiatria infantile fu fatta diagnosi di dislessia, per cui furono consigliate delle attivit? pedagogiche specifiche per tale disturbo.
In questo excursus di visite e diagnosi, pensiamo che probabilmente, non sia stata tenuta nella giusta considerazione lessenza delle problematiche del bambino che riguardava la sua vita relazionale. In questo caso la sua vita relazionale con la madre. Questa donna, poich? era stata praticamente assente nella vita del minore, in quanto lavorava da mattina a sera, aveva affidato il piccolo alle cure delle baby sitter e dei nonni, per cui per anni riusciva ad evidenziare e a riportare agli specialisti che consultava solo il problema del ritardo nello sviluppo del linguaggio e non certo la carenza affettiva che subiva il bambino.
Ma anche successivamente, poich? la sua attenzione era focalizzata sui sintomi, piuttosto che sulla sofferenza del figlio, le diagnosi conseguenti si modificavano nel tempo.
Quando il bambino ? venuto alla nostra osservazione i problemi che la madre lamentava erano diventati ancora diversi: la donna riferiva che il figlio presentava nei suoi confronti atteggiamenti ostili, aggressivi, disubbidienti e provocatori. Anche nei confronti delle persone estranee, se contrariato, manifestava scarso controllo delle proprie emozioni con comportamenti irruenti e poco controllati, ansia notevole e distraibilit?.
Pertanto il rapporto con la madre era divenuto sempre pi? conflittuale in quanto, negli anni, il bambino si era spesso sentito molto trascurato.
Un difficile caso di diagnosi categoriale
Sarebbe veramente difficile inserire in una categoria ben definita i problemi presentati da Maria, di anni 5. La bambina viveva in una famiglia nella quale ad un padre descritto come un uomo tranquillo, intelligente, estroverso, allegro, socievole, ambizioso e un po presuntuoso, il quale aveva uno scarso rapporto con la figlia, a causa degli impegni lavorativi, si contrapponeva una madre affettuosa, altruista, ma molto ansiosa, estremamente sensibile, a volte depressa, che aveva gi? sofferto di attacchi di panico, con svenimenti e palpitazioni cardiache, paure improvvise ed immotivate, per cui effettuava terapie psicologiche e farmacologiche.
Questi genitori inoltre, da ben otto anni, vivevano in uno stato di perenne conflittualit? di coppia anche a causa del difficile rapporto con le famiglie dorigine.
I genitori avevano richiesto una visita della figlia in quanto questa, che aveva gi? vissuto male linserimento nella scuola materna, da qualche settimana si rifiutava categoricamente di andare a scuola. Inoltre appariva molto suscettibile, con crisi di pianto improvvise e non motivate. Urinava frequentemente durante tutta la giornata e presentava numerose fobie, soprattutto degli insetti, insieme a molte altre paure: che i genitori potessero morire, che potessero abbandonarla, che lei stessa potesse morire anche per piccole ferite o malanni. A volte la bambina sgridava e rimproverava la mamma lamentando di vivere in una famiglia sporca. Quando vedeva bisticciare i genitori, si chiudeva in unaltra stanza e diceva, gridando, di smetterla di aggredirsi.
Voleva, inoltre, dormire nel letto dei genitori e aveva notevoli difficolt? ad allontanarsi dalla sua casa. Lamentava di essere sola, metteva il ciuccio in bocca, sia quando piangeva che quando andava a letto. Inoltre si lamentava per delle pulsazioni alle braccia e in varie parti del corpo, per dei dolori ai piedi, alle gambe e alle ginocchia. Veniva descritta, inoltre, dalla madre come maliziosa su temi di natura sessuale.
Una diagnosi categoriale in questo, come in molti altri casi, non solo sarebbe oltremodo difficile, ma risulterebbe assolutamente inutile al fine di capire i veri problemi della bambina, cos? da affrontarli efficacemente.
Una diagnosi del genere potrebbe ad esempio focalizzarsi sulle paure (fobia scolare, insetti, morte dei genitori, paura della morte, di essere abbandonata); oppure sui sintomi regressivi (mettersi il ciuccio in bocca); o ancora sulle problematiche psicosomatiche (pulsazioni alle braccia e in varie parti del corpo, dolori ai piedi, alle gambe e alle ginocchia); sui disturbi del sonno (bisogno di dormire nel letto dei genitori); o, infine, sui comportamenti aggressivi (rimproveri alla mamma di farla vivere in una famiglia sporca).
Inutile una diagnosi categoriale, soprattutto quando era possibile ascoltare direttamente dalla voce della bambina i suoi problemi, mediante i racconti che lei faceva, come questi bellissimi, ma anche tanto dolorosi, che riportiamo.
Un fiore, un diamante, un cuore e tanta puzza
Cera una volta una famiglia. Avevano una casa bellissima e avevano una figlia. La figlia un bel giorno ha guardato un fiore azzurro e ha detto: Me lo voglio prendere. Se l? preso e dopo un po di giorni la bimba ? diventata grande. E anche il fiore ? diventato grande e dentro il fiore cera un diamante e dentro il diamante cera il cuoricino della bimba che stava crescendo. La bambina era felice perch? aveva un diamante in casa.
Sua madre non se n? accorta ed ha buttato il fiore con dentro il diamante ed il cuore. La figlia cercava il diamante ma non lo trovava e allora ? diventata sempre pi? piccola, ed ? diventata neonata e la mamma ha detto: Come pu? essere che ? diventata neonata? Questa bimba neonata parlava e ha chiesto alla madre il diamante e la madre ha detto che era nella spazzatura. Lei (la bimba), lha ripreso ed era tutto sporco. Dopo lhanno pulito, ma faceva puzza di pesce. E la bimba ? tornata grande, ma, nonostante questo, ? rimasta puzzolente.
Si rimane stupiti di come una bambina di appena cinque anni abbia potuto descrivere cos? bene la sua storia ed i suoi problemi attuali.
Linterpretazione di questo primo racconto non ? affatto difficile.
Maria si trova a vivere in una famiglia agiata (avevano una casa bellissima). Tutto sembra andare per il verso giusto. Ella ? di intelligenza normale, anzi molto vivace, ha una buona stima di se, e vuole crescere rapidamente (La figlia un bel giorno ha guardato un fiore azzurro e ha detto: me lo voglio prendere”. Se l? preso e dopo un po di giorni la bimba ? diventata grande. E anche il fiore ? diventato grande e dentro il fiore cera un diamante e dentro il diamante cera il cuoricino della bimba che stava crescendo). Ma c? un grande ma. La madre, senza accorgersi del male che stava compiendo, mette la bambina in una situazione di grave disagio; la bambina probabilmente si riferisce ai notevoli conflitti con il padre (Sua madre non se ne accorta ed ha buttato il fiore con dentro il diamante ed il cuore). La conseguenza ? stata, purtroppo, la regressione della bambina in alcuni settori dello sviluppo (La figlia cercava il diamante ma non lo trovava e allora ? diventata sempre pi? piccola, ed ? diventata neonata). La madre, accortasi che qualcosa di grave ed importante era accaduto alla figlia, ha cercato di capirne il motivo (e la mamma ha detto: Come pu? essere che ? diventata neonata?)
Maria, a questo punto, fa capire in modo esplicito alla madre il suo notevole disagio (Questa bimba neonata parlava e ha chiesto alla madre il diamante e la madre ha detto che era nella spazzatura). La madre, finalmente consapevole di aver commesso degli errori, cerca di affrontare e risolvere i problemi della piccola, accettando un percorso che laiuti a risolvere i conflitti di coppia e porta la figlia in un centro di neuropsichiatria, in modo tale che le venga dato laiuto necessario per risolvere i suoi problemi. Per fortuna alcuni dei pi? gravi problemi dei genitori e della figlia vengono risolti (Lei (la bimba), lha ripreso ed era tutto sporco. Dopo lhanno pulito, ma faceva puzza di pesce. E la bimba ? tornata grande).
La bambina per? si accorge che, nonostante limpegno dei genitori e degli operatori, non tutti i suoi problemi sono stati eliminati. Qualcosa dei traumi subiti mentre aveva assistito per anni alle continue liti dei genitori era rimasto nel suo cuore (E la bimba ? tornata grande, ma, nonostante questo, ? rimasta puzzolente).
Il secondo racconto di Maria che riportiamo, evidenzia in modo pi? evidente la sua pi? pressante e grave problematica: il conflitto tra i genitori.
I pr?ncipi litigiosi
Cera una volta una bellissima principessa che aveva un fidanzato con il quale andava a passeggiare in un prato fiorito. Un giorno hanno deciso di sposarsi e hanno fatto un figlio che si chiamava Davide. Ma litigavano e si volevano lasciare.
La mamma di Davide aveva gi? partorito ed era molto preoccupata perch? non sapeva cosa dire al figlio quando sarebbe diventato grande. I genitori si sono lasciati per forza.
Quando Davide ? cresciuto ha chiesto: Ma io non c? lho un pap?? E la mamma ha detto Te lo spiegher? quando sarai diventato pi? grande! E poi dopo gli ha detto: Ci siamo lasciati per le (a causa delle nostre) famiglie. Il bimbo era scappato dalla famiglia e cercava il suo pap? e la mamma ? andata a cercarlo. Dopo (la madre) ha trovato pap? e figlio che passeggiavano e gli ha detto: Ma tu che ci fai qui! E ha rimproverato il pap?. La mamma era disperata. Dopo hanno fatto tutti pace e vissero felici e contenti.
In questo racconto ancora una volta Maria mette in evidenza come nella sua famiglia vi fossero tutti i presupposti per un matrimonio felice: la bellezza, la ricchezza, lamore, un ambiente idilliaco, la nascita di un figlio (Cera una volta una bellissima principessa che aveva un fidanzato con il quale andava a passeggiare in un prato fiorito. Un giorno hanno deciso di sposarsi e hanno fatto un figlio che si chiamava Davide). Purtroppo, per?, questi presupposti non bastano (Ma litigavano e si volevano lasciare). A questo punto ? evidente la paura pi? grande che assilla la bambina: il timore che la separazione dei suoi genitori possa comportare la perdita del rapporto con il pap? (Dopo ha trovato pap? e figlio che passeggiavano e gli ha detto: Ma tu che ci fai qui! E ha rimproverato il pap?.)
Come si pu? evincere da questi racconti i sintomi presentati dalla bambina ci dicono poco o nulla sulle cause dei suoi problemi, n? ci fanno comprendere la sofferenza della piccola. Questi problemi, e la sofferenza che ne consegue, diventano evidenti quando le si d? la possibilit? di esprimere liberamente i suoi sogni, i suoi desideri, le sue emozioni, i suoi pensieri, mediante luso del disegno libero e lesposizione di qualche racconto anchesso costruito liberamente. In definitiva noi crediamo che ? dalle loro parole, dai disegni e dai loro racconti, che possiamo veramente comprendere il mondo interiore dei bambini e non certo dai loro sintomi.
Lapproccio dimensionale
Per tale motivo ci sembra molto pi? utile lapproccio dimensionale che permette di descrivere in maniera globale il bambino nella sua complessit?, peculiarit? insieme alla sua storia personale e familiare. Per Militerni[7]:
In un sistema dimensionale viene fatto riferimento a definite dimensioni, intese come caratteristiche che si dispongono lungo un continuum con diversi gradi di espressivit?. In questa prospettiva uno stato emotivo (ad esempio lansia) o un comportamento (ad esempio, la ripetitivit?) o un certo modo di relazionarsi (ad esempio la socievolezza), possono essere considerate come dimensioni e vanno quindi valutate, non come elementi che permettono lassegnazione a una categoria, ma di per se stesse, basandosi su una quantificazione degli attributi.
Viene in definitiva attribuita una dimensione in base alla frequenza e alla gravit? del sintomo. In parole povere, nellapproccio dimensionale i sintomi ci servono solo a capire quanto ? profonda e intensa la sofferenza del bambino in quella fase del suo sviluppo, cos? come ci possono permettere di conoscere, in seguito agli interventi terapeutici, se questa sofferenza stia diminuendo oppure no.
Tratto dal libro di Emidio Tribulato “Il bambino e l’ambiente” -Volume unico
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[1] Stefana A., Gamba A., 2013, Semeiotica e diagnosi psico(pato)logica, journal of psychopathology, 19, p. 356.
[2] Mazzoni M., (2013), Confusioni contemporanee, Famiglia oggi, N° 5, p. 71.
[3] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 95.
[4] Sogos C. et al., (2009), Dallet? prescolare alladolescenza: la distribuzione dei life events in un campione rappresentativo della popolazione italiana, Psichiatra dellinfanzia e delladolescenza, Vol.76, p. 81.
[5] Stefana A., Gamba A., 2013, Semeiotica e diagnosi psico(pato)logica, journal of psychopathology, 19, p. 357.
[6] Sogos C. et al., (2009), Dallet? prescolare alladolescenza: la distribuzione dei life events in un campione rappresentativo della popolazione italiana, Psichiatra dellinfanzia e delladolescenza, Vol.76, pp. 82-83.
[7] Militerni R., (2004), Neuropsichiatria infantile, Napoli, Editore Idelson Gnocchi, p. 97.
[8] Isaacs S., (1995), La psicologia del bambino dalla nascita ai sei anni – Figli e genitori, Roma, Newton, p. 31.
[9] Osterrieth, P.A., Introduzione alla psicologia del bambino, Giunti e Barbera, Firenze, 1965, p. 96.
[10] Bettelheim, B., (1987), Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, p.405.